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LECTIO MAGISTRALIS SULLA MISERICORDIA DEL CARDINAL PAUL POUPARD (19.03.2016)

 

CONFERENZA DI SUA EMINENZA REVERENDISSIMA

IL CARDINALE PAUL POUPARD

PRESIDENTE EMERITO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA

E DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO

Crema, Istituto di Scienze Religiose

Sabato 19 marzo 2016

 

 

PER UNA CULTURA DELL'AMORE MISERICORDIOSO

CON SAN GIOVANI PAOLO II E PAPA FRANCESCO

 

 

Viviamo tutti con gioia il Giubileo straordinario della Misericordia che Papa Francesco, con la Bolla Misericordiae Vultus, ha indetto dall’8 dicembre scorso, festa dell’Immacolata Concezione, e 50° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, fino al prossimo 20 novembre, domenica della Festa di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo. 

Giustamente, l’attuale pontificato viene qualificato come il pontificato della misericordia, “Il nucleo del Vangelo, l’architrave che sorregge la Chiesa”. “Questa parola cambia tutto, aveva detto Papa Francesco, nel suo primo Angelus dopo la sua elezione di Vescovo di Roma e successore di Pietro. Seguire Gesù significa condividere il suo Amore misericordioso, entrare nella sua grande opera di misericordia per ogni uomo”. Poi, canonizzando Giovanni XXIII, Francesco ribadisce il pontefice che, aprendo il Concilio Vaticano II, aveva dichiarato, l’11 ottobre 1962 - me ne ricordo, ero allora suo giovane collaboratore in Segreteria  di Stato - nella sua storica Omelia in San Pietro, Gaudet Mater Ecclesiae: “La sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi di rigore” Beatificando Paolo VI, Francesco cita il suo discorso di chiusura del Concilio che presenta la parabola del Buon Samaritano come paradigma della spiritualità conciliare. E nella sua Misericordiae Vultus, il Papa cita a più riprese l’enciclica di Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia. Cosi, l’attuale successore di Pietro si iscrive nella continuità dei suoi predecessori nel ministero petrino. 

E vorrei proprio soffermarmi con voi su San Giovanni Paolo II, apostolo della Misericordia, nella più genuina tradizione del messaggio evangelico di Cristo, Giovanni Paolo II, del quale ho avuto il privilegio di essere collaboratore più di un quarto di secolo, e di imparare il messaggio della Divina Misericordia trasmesso da santa Faustina Kowalska. 

Il cardinale Bergoglio aveva preso la misericordia come motto vescovile, Miserando eligendo. Divenuto papa, ne ha fatto un ricordo quasi quotidiano nel suo modo insieme familiare e forte: “Nella Chiesa tutta, dice, è il tempo della Misericordia” L’Anno santo straordinario della misericordia che viviamo si iscrive cosi nella Chiesa sulla scia di Giovanni Paolo Il, che, dopo aver pubblicato la sua Enciclica Dives in misericordia, ha canonizzato suor Faustina Kowalska, la sua ispiratrice, di Cracovia, e istituito la festa della Divina Misericordia nella seconda domenica di Pasqua. Nell’Omelia per la canonizzazione di suor Faustina, nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineo che ‘il messaggio di Gesù Cristo a suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del XX o secolo. E, guardando al futuro, disse: ‘Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi, non è dato di saperlo. È certo tuttavia, che accanto a nuovi progressi, non mancheranno purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della Divina Misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del III millennio”. Oggi, dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa! In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio, non possiamo dimenticarle. E quella della Divina Misericordia è una di queste. È una consegna che lui ci ha dato, ma che viene dall’alto” (Osservatore Romano,7 marzo 2014). 

Infatti, “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre Vostro.” 

Questa direttiva che il Signore ha dato ai suoi discepoli e che San Luca ha raccolto nel suo Vangelo (Lc 6,36), è passata attraverso due millenni di guerre e di lotte inespiabili, nelle quali i cristiani stessi non hanno purtroppo potuto fare a meno di essere sommersi, anche se l’ideale evangelico della misericordia continua a commuoverli ed animarli: innumerevoli opere di misericordia sono state suscitate dallo Spirito di Dio, sempre operante nella Chiesa. Santo Giovanni XXIII, me ne ricordo – è il primo Papa del quale sono stato collaboratore – non trascurava occasione per rammentare la pratica delle opere di misericordia, che il suo carissimo zio, Saverio, gli aveva insegnato fin dalla prima infanzia. 

 

RITORNO AL CENTRO 

Allorché, per molti, la misericordia sembrava essere piuttosto un accessorio d’obbligo della fede, e non una prospettiva centrale, dobbiamo a Papa Giovanni Paolo II e alla sua Enciclica Dives in Misericordia, !’’aver operato quello che si può definire un ritorno al centro, al Vangelo, da cui il peso della vita quotidiana ci distrae senza sosta. Ripercorro con la mente un fatto. Era il 30 novembre 1980, nella celebrazione della prima domenica d’Avvento. A quell’epoca facevo la spola, ogni mese, tra Parigi - dove mantenevo ancora la mia carica di rettore dell’Istituto Cattolico - e Roma, dove cominciavo ad esercitare la responsabilità di pro-presidente dell’allora Segretariato per i Non Credenti. Sì, ricordo l’incredulità di qualcuno quando cominciò a circolare la notizia che il Santo Padre, per la sua seconda Enciclica, dopo la Redemptor Hominis, aveva scelto di parlare della misericordia. Che cosa, dicevano ? Nel « nostro mondo tormentato, nella nostra Chiesa in preda a problemi tanto gravi, il Papa non aveva qualcosa “di più urgente da dire, che parlare della misericordia?” È chiaro che, per molti, la misericordia era percepita come un qualcosa in più, come le opere di misericordia nei confronti della giustizia. Il merito di Giovanni Paolo II è stato nel ricordarci che si tratta invece di una dimensione inalienabile dell’ Amore, che è esso stesso il cuore di Dio, e che siamo chiamati dalla fede in Cristo ad imitarlo. 

Popolo di Dio quale siamo, peccatori tutti – ce lo ricorda quasi ogni giorno Papa Francesco – riscattati dalla morte e dalla Resurrezione di Cristo, peccatori perdonati, chiamati a perdonare, per essere perdonati, come diciamo – senza sempre ben comprenderlo – nel nostro Pater Noster quotidiano: “Perdona le nostre offese, come noi perdoniamo” ... Sii misericordioso con noi, come noi lo siamo: divina e stupefacente analogia tra i costumi di Dio e quelli che noi siamo chiamati a praticare, per mettere la nostra vita ali ‘unisono con la nostra fede. 

 

DIO È AMORE E L’AMORE È MISERICORDIA 

Dio è amore e l’amore è misericordia. Ecco l’asse fondamentale della nostra fede, che Giovanni Paolo Il ci ha ricordato con fervore. Amore misericordioso, misericordia. Giovanni Paolo II la definisce così nel capitolo quinto della sua Enciclica: “La misericordia è la dimensione indispensabile dell’amore, è come il suo secondo nome, e al tempo stesso, è il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione nei confronti della realtà del male che è nel mondo, che tocca e assedia l’uomo” In altre parole, noi parliamo dell’amore misericordioso perché esiste, tra amore e misericordia, uno stretto vincolo di parentela, e tuttavia una differenza, che è molto reale. Essa si fonda sulla presenza, nel mondo e in mezzo agli uomini, del peccato. La misericordia è la forma assunta dall’amore per affrancare l’uomo dal peccato e sottrarlo al male. “La croce è come un tocco di amore eterno sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” 

La parola misericordia deriva da due vocaboli latini, misereri, aver pietà di, e cor, cordis, cuore. Nella Bibbia, la misericordia è il supremo attributo di Dio, che spiega l’intero disegno della salvezza. Dio ama l’uomo e la sua miseria commuove il suo cuore. L’uomo, da parte sua, si inserisce in questo grande movimento della misericordia, questa virtù del cuore compassionevole, che condivide la miseria altrui, per soccorrerla. È una esigenza profonda dell’ amore: l’amore genera necessariamente la misericordia, la quale è, per San Paolo, con la pace e la gioia, una delle sue conseguenze più dirette e necessarie. 

“Rahamim” e “hésed” sono le due radici ebraiche che danno alla misericordia le sue due componenti: le traduzioni delle parole ebraiche e greche (eleos) oscillano dalla misericordia all’amore, passando attraverso la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà e persino la grazia. Dal principio alla fine, Dio manifesta la sua tenerezza nei confronti della miseria umana. E l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il suo prossimo, a imitazione del suo creatore. 

 

VISCERE DI MISERICORDIA 

Il nostro Dio è il Dio delle misericordie. Egli ha “delle viscere di misericordia”. Per questo l’infelice si volge a lui nella sua disperazione: ogni persona, come il salmista, o tutto il popolo, quando il castigo si abbatte su di esso. Non è un Dio lontano, ma un Dio vicino. Non è un Dio astratto, ma un Dio incarnato. Egli ode il grido dell’uomo: ci dice il profeta , “Dio non vuole la morte del peccatore, ma vuole che si converta e viva”. È il testo famoso che non si può fare a meno di rileggere, al capitolo 34 dell’Esodo. Proprio quando il popolo si è appena abbandonato all’idolatria, Dio si rivela a Mosè sul Sinai: “Jahvé è pietoso e misericordioso, tardo all’ira e grande in benignità e fedeltà, che conserva il suo favore per migliaia di generazioni, tollera l’iniquità, il misfatto e il peccato” Quando il suo popolo si allontana da lui, Jahvé lo conduce nel deserto, per parlare al suo cuore (Osea) e il popolo si converte. È il potente grido del Miserere che scaturisce dalla disperazione dell’uomo e va dritto a colpire il cuore di Dio: “Nella tua bontà, abbi pietà di me, o Signore. Nella tua tenerezza, cancella il mio peccato” “Non voglio altro che la tua misericordia” Questo è l’insegnamento dell’ Antico Testamento, mentre l’uomo pagano appare come un lupo per l’uomo: homo homini lupus. Alla luce di questa rivelazione del Dio di Misericordia, si opera allora un capovolgimento antropologico notevole. Non si tratta più del Dio dei pagani che gli uomini si sono costruito come un idolo, secondo la loro immagine antropocentrica, ma è l’uomo che rivela la sua vera natura, malgrado le apparenze, come un riflesso di Dio: l’antropologia non è più antropocentrica, essa diventa teocentrica, prima di divenire cristocentrica: non più un Dio percepito a immagine dell’uomo, ma l’uomo riscoperto ad immagine di Dio. Siamo così ricondotti al mistero della creazione, rivelato nella prima pagina della Bibbia: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”. Malgrado le sue imperfezioni, le sue miserie ed il suo peccato, l’uomo resta specchio e riflesso della trascendenza di Dio. 

 

IL PADRE DELLE MISERICORDIE 

Dio non è una forza cieca e impersonale, ma un Padre tenerissimo che ci da Suo Figlio. Ricordiamoci della parabola del Figliol prodigo, che potrebbe altrettanto chiamarsi la Parabola del Padre misericordioso (Lc, 15). Gesù ci mostra il Padre che è come appostato, in attesa di suo figlio. E quando lo scorge da lontano, mosso da compassione, corre verso di lui, gli va incontro. Come dirà San Paolo, Dio è proprio “il Padre di ogni consolazione” (2 Cor 1, 3). Ciò che spiega il testo misterioso di Romani (11, 32): “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia”. Ciascuno di noi deve riconoscersi peccatore, per essere avvolto nel grande manto della misericordia divina. 

Il messaggio di San Paolo è molto coerente: l’assenza della misericordia nei pagani scatena la collera divina (Rm l, 3 I). Il cristiano non può chiudere le sue viscere, deve avere compassione nel suo cuore (Ef. 4,31). Come lo dirà San Giovanni, “L’amore di Dio dimora in coloro che non chiudono il proprio cuore” (1 Gv, 3,17). È il senso della parabola del buon samaritano (Lc, 10,30-37), in cui la compassione mi rende vicino al più lontano fratello. E la lezione del giudizio universale, secondo il capitolo venticinque di San Matteo: saremo giudicati per la misericordia che avremo esercitato, più o meno consciamente, nei riguardi di Gesù stesso, attraverso i nostri fratelli più derelitti, poveri, ammalati, affamati, assetati, abbandonati. 

 

IL MISTERO DELL’ALLEANZA 

Tale è il mistero essenziale dell’alleanza del Dio di misericordia con l’uomo peccatore. La storia dell’alleanza, come è riportata dalla Bibbia, è la storia del dialogo del peccato con la misericordia. Il peccatore Davide preferisce cadere “nelle mani del Signore, perché grandi sono le sue misericordie, anziché cadere nelle mani dell’uomo” (2 Samuele 24, 14). Di conseguenza, ‘vivere secondo l’alleanza, essere fedeli all’alleanza non è solo sperare nella misericordia di Dio per l’uomo, ma anche testimoniarne, vivere di essa, metterla in pratica ad immagine di Dio: “Perché io sono compassionevole, dice il Signore” (Esodo 22, 20-26). “La pietà del Signore si estende a tutti i viventi” (Ecclesiastico 18, 13). Questo universalismo che infrange la corazza nazionalista di Israele, si incarna in Gesù Cristo, che non fa parzialità, e viene per salvare tutti gli uomini, non i giusti, ma i peccatori. Di conseguenza, persino i pubblicani e le prostitute sono chiamati a precederci nel Regno di Dio. Si i è detto giustamente di San Luca che il suo Vangelo è il vangelo della misericordia. Infatti, anche nel cuore stesso del racconto delle sofferenze della passione, l’evangelista ci partecipa lo sguardo di chiamata e di perdono di Gesù a Pietro che lo ha rinnegato, le sue parole alle donne di Gerusalemme, la sua preghiera al Padre per i suoi carnefici: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”, e in fine la stupenda promessa al cosi detto ‘malfattore buono’ di essere oggi stesso con lei in Paradiso, davvero il solo uomo ad aver ricevuto questa divina assicurazione (Luca 22-23). 

 

BEATI I MISERICORDIOSI 

Ed ecco il famoso appello del capitolo 6,36 del vangelo di san Luca: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre nostro”, appello che riecheggia la massima del vangelo di Matteo: “Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre nostro celeste” (Matteo 5,48). Ho citato Matteo. Come non evocare anche, nel capitolo quinto, la beatitudine che riassume in modo perfetto tutta la vita e tutto l’insegnamento di Gesù: “ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.” ? 

Ne dobbiamo dimenticare il commento, come di consueto, realista, di San Giacomo: “II giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia, la misericordia invece ha sempre la meglio sul giudizio” (Giacomo 2, 13). Ho citato San Giacomo. Forse, ascoltando il suo linguaggio così diretto a toccare i nostri cuori, possiamo meglio esorcizzare quell’antica tendenza occidentale che vela la misericordia, attribuendole “il sospetto di accondiscendente paternalismo”. In Gesù comprendiamo che Dio stesso si è rivestito della nostra miseria per esorcizzarla. Secondo la meditazione dell’autore della Lettera agli Ebrei, Egli è diventato per noi “Sommo sacerdote misericordioso e fedele” (Ebrei 2, 17). È questa la vera misericordia, il condividere l’umana debolezza, la comunione fraterna nella condizione umana. Non più condiscendenza, ma compartecipazione, è questo il senso del mistero centrale dell’incarnazione. Come i Padri della Chiesa non hanno mai cessato di ripeterlo, Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio e, per fare questo, egli deve dapprima, nel suo terreno errare, comprendere con pazienza quali siano i costumi di Dio e, ad immagine di Dio, e secondo il suo esempio, deve diventare misericordioso. 

Perché noi non viviamo in un mondo perfetto, che avrebbe, se così fosse, tutti i meriti, ma un grave difetto: quello di non esistere! Non viviamo in un mondo utopico ideale, ma in un mondo reale, segnato da profondi impedimenti e dalla grazia, dall’aspra lotta tra peccato e virtù. Tornando da un mondo fraterno, ci imbattiamo nella durezza degli uomini e nella loro disperazione. E nell’uno e nell’altro caso ci si chiede di essere misericordiosi, caritatevoli per gli uomini che soffrono e compassionevoli per coloro che hanno durezza di cuore. Non è forse questo il paradosso del mondo moderno: affabile con il peccato e duro con il peccatore? Inversamente, invece di avere il cuore duro e il pensiero debole, dobbiamo avere il cuore liquido e il pensiero fermo, secondo l’esempio di Cristo con la donna adultera : condannare il peccato ed amare il peccatore. Il cuore compassionevole anima una volontà ferma, perché esso si radica in uno spirito retto. Questo è il movimento dell’amore, che ci fa mettere in pratica le parole di San Paolo: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto”. (Romani 12, 15). 

 

UN POSTO CENTRALE NELL’ECONOMIA DELLA SALVEZZA 

Si comprende allora quanto sia centrale il posto che la misericordia ha nell’economia della salvezza e che richiede da noi un atto di volontà, una vera adesione, e non un mero impulso emozionale, un atto di volontà governato dalla ragione, che ci fa detestare la miseria dell’altro e ci conduce ad agire per Iiberarlo di questa miseria. Cosi noi partecipiamo al movimento d’amore misericordioso di Dio stesso, venuto a rivelare all’uomo la disperazione della sua miseria per introdurla nella pienezza della sua vita vivificante, sublime compartecipazione, in cui il cuore che assume la miseria esorcizza la miseria del cuore. Gesù non è ‘venuto per rendere giustizia – dirà l’assistente sociale Madeleine Delbrel, ai tempi del marxismo dominante nella banlieue parigina – ma per rendere gli uomini giusti: ecco il segreto della misericordia con la quale, attraverso l’impulso dello Spirito, si crea l’umanità nuova, in contro corrente all’umanità peccatrice. L’uccisione di Abele da parte di Caino aveva trascinato dietro di sé la spirale omicida della vendetta, illustrata da Lamek. Il cammino che conduce l’umanità al perdono è lento, così come testimonia l’interrogativo di Pietro: “Signore, quante volte si deve perdonare ?” Sette volte? No, settantasette volte sette, cioè senza stancarsi mai, come fa il Padre delle misericordie, come fa il Cristo sulla croce. Storia lunga e commovente, in cui si procede e si regredisce, una storia costellata di azioni luminose, come ai nostri tempi, quella di santo Massimiliano Kolbe, nel suo ignobile campo di concentramento nazista. E ricordo anche la commovente testimonianza di Jean Mialet, un superstite dei campi di concentramento, con il quale ho avuto il privilegio di partecipare, nel lontano 1980, ad un programma della televisione francese intitolato Apostrophes, la sera del venerdì santo: “Il deportato. L’odio e il Perdono” (Fayard, 1980). 

 

NEL CUORE DELLA CONVERSIONE CRISTIANA 

La misericordia ci conduce al cuore stesso della conversione cristiana, vera metanoia, se paragonata alle mode, agli usi e ai principi che governano la vita degli uomini. E non è cosa di oggi ! Che mi sia permesso di fare qualche riferimento in merito, presso gli antichi filosofi greci e romani. 

Per Platone, la misericordia è una debolezza (cfr. Leggi XI, Repubblica X). Nella morale di Aristotele, la misericordia non è una virtù, ma una mancanza, che si può scusare solo negli anziani e nei fanciulli (Etica Nicomachea, 2, 4). Per gli stoici, è la malattia dell’anima. E (‘uomo maturo deve saper dominare con la ragione queste manifestazioni di affettività (cfr. Seneca, De Clementia 2, 3-4). Bisogna arrivare a Cicerone per una denuncia del concetto stoico, come assurdo, e per riconoscere che la misericordia per il vero filosofo è la saggezza: Viri boni esse misereri (Pro Murena, 29, 61). Sant’Agostino saprà trarvi la sua ispirazione, dimostrando come la misericordia sia l’autentica filiazione imitatrice di Dio. Tale è l’uomo nuovo, in Gesù Cristo. L’amore è la sorgente e la struttura essenziale della misericordia, scaturita dal cuore di Dio e incarnata nel Cristo, perfetta immagine di Dio. 

San Paolo non si stanca di ritornare su queste parènesi soffuse di un alito liberatore. Ricordiamo il capitolo 3, 12-13, dell’Epistola ai Colossesi che ci esorta a vivere la nostra nuova vita di battezzati nel Cristo risorto, rigettando gli atteggiamenti dell’uomo vecchio: “ Rivestitevi, come eletti di Dio, santi ed amati, di viscere di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza, di pazienza. Sopportatevi a vicenda; e se qualcuno ha di che lagnarsi di un altro, perdonatevi scambievolmente: come vi ha perdonato il Signore, così fate voi” 

 

UNA MISURA CHE NON HA MISURA 

Che si tratti della misericordia o dell’amore, la sua misura consiste nel non avere misura, come dirà mirabilmente san Bernardo. Quando si medita il capitolo ottavo della Lettera ai Romani, si capisce in modo chiaro che per San Paolo la misericordia di Dio è un mistero che supera ogni intelletto, soprattutto quando egli riflette sull’infedeltà di Israele e sulla vocazione dei pagani, di cui siamo i figli naturali, diventati per la misericordia partecipi della salvezza promessa ai tigli d’Israele, avvolti nella misericordia che avvolge tutti i figli di Abramo, noi, figli della promessa, numerosi come le stelle nel cielo, e i granelli di sabbia nei mari, figli di Abramo, figli di Adamo, figli di Dio. Possiamo davvero esclamare meravigliati: come è grande il mistero della fede! 

 

LA NUOVA ALLEANZA DI MISERICORDIA 

La misericordia, lo ripeto secondo l’insegnamento di San Paolo, è nel cuore del mistero dell’ Alleanza, estesa a tutti gli uomini in Gesù Cristo, nuovo Adamo (cfr. Romani 5). Essa ci rivela gli abissi del cuore di Dio, le sue insondabili dimensioni di tenerezza misericordiosa, di giustizia e di fedeltà. Il nostro Dio, il Dio dei Padri, non e un Dio lontano, un Dio’ di pietà condiscendente, è il Dio vicino, il Dio dell’amore misericordioso. Il suo simbolo più tragico e commovente non è forse quello del Libro di Osea, dello sposo tradito da una sposa infedele, e che manifesta in questa prova - perché di una prova si tratta _ la grandezza della sua misericordia, attraverso il perdono del cuore, perdono che arriva a rinnovare, il cuore della stessa infedele. Non c’è bisogno di precisare che questa infedele, è ciascuno di noi . 

La Prima Lettera di San Pietro (2, 9-10) spiega a dei pagani convertiti la grazia del battesimo, applicando loro il testo di Osea 1, 6-9 e 2, 3-25: “Voi che prima non eravate un popolo e che ora siete il popolo di Dio, voi che eravate esclusi dalla misericordia e che ora invece ‘ avete ottenuto misericordia” In Osea, i fanciulli della prostituta erano stati chiamati: ‘’Non - Mio - Popolo” e 

‘’Non- Amati - di misericordia” Dopo la Nuova Alleanza, sono chiamati “Mio - Popolo” e “Amati -di misericordia” L’Epistola di Pietro indica così che la nuova alleanza di Dio con i pagani deve essere compresa in quel clima di misericordia annunciato e preparato dall’antica alleanza, da “questo amore pater¬no e tenero”, secondo l’espressione usata da Santo Roberto Bellarmino (Explanatio in Psalmos, Ps. 50, versetto 2). 

 

MARIA MADRE DI MISERICORDIA 

In Gesù Cristo la misericordia di Dio si estende di epoca in epoca a tutti coloro che lo temono, come si esclama il Magnificat della Vergine Maria (Luca 1,50): per viscera misericordiae Dei nostri. Visitando Maria, Dio si è ricordato della sua misericordia, secondo quanto aveva promesso. In Maria, la misericordia pianta la sua tenda messianica, rispondendo all’attesa di tutti i poveri d’Israele, quegli anawim, di cui noi siamo i discendenti spirituali, “quella stirpe mistica dei clienti di Jahvé”, che sono il gioiello dell’ Antico Testamento. 

Giovanni Paolo Il ha commentato tutti questi testi, e altri ancora, con grande interiorità, nella sua Enciclica Dives in misericordia, essa stessa soffusa del medesimo amore misericordioso per l’uomo, amore attinto dal cuore del Cristo, dal cuore del Padre delle misericordie, il cui spirito ci fa scoprire ogni giorno delle ricchezze insondabili. E ci invita a meditare il mistero di Maria, madre di misericordia, colei che più profondamente ha penetrato questo mistero di misericordia, come la Chiesa che ella rappresenta e significa nella “sua misteriosa maternità”. 

 

DIVES IN MISERICORDIA 

In questa svolta misteriosa della nostra storia che si volge verso l’esasperazione all’alba del nuovo millennio, come non rileggere quelle righe premonitrici che concludono Dives in Misericordia? 

“Per quanto forte possa essere la resistenza della storia umana, per quanto marcata l’eterogeneità della civiltà contemporanea, per quanto grande la negazione di Dio nel mondo umano, tuttavia tanto più grande deve essere la vicinanza a quel mistero che, nascosto da secoli in Dio, è poi stato realmente partecipato nel tempo all’uomo mediante Gesù Cristo” 

Nella nostra epoca di esacerbati conflitti e di lotte inespiabili, è con l’ispirazione dello Spirito che Giovanni Paolo II ci ha invitati a recuperare le nostre convinzioni spirituali, nella forza della fede al Padre delle misericordie. Nel nostro mondo che tanto povero è di viscere di misericordia, egli ci ha invitato così a recuperare la forza dell’amore misericordioso. Bisognava essere coraggiosi per dirlo. E noi dobbiamo essere altrettanto coraggiosi per metterlo in pratica. Confusi tra una pietà condiscendente, tra il disprezzo e l’odio, tanti uomini del nostro tempo hanno sete di vera tenerezza, una tenerezza che sia il riflesso e la promessa della tenerezza di Dio. 

Non si tratta di convenienza morale o di necessità sociale, ma piuttosto di esigenza evangelica. Giovanni Paolo II non ci ha forse dato, lui stesso, all’indomani della pubblicazione della sua Enciclica, il commovente esempio della sua applicazione pratica, perdonando pubblicamente, durante l’Angelus del 17 maggio 1981, colui che aveva tentato di ucciderlo il 13 maggio : “Ho già 

perdonato al fratello che mi ha colpito”.

 

LA DIGNITÀ DELL’UOMO 

Molti uomini si sono allontanati dalla Chiesa perché non hanno scorto il suo volto fraterno. Ed essi hanno rifiutato Dio perché l’hanno scambiato per un tiranno intollerante o un padre abusivo, un padre che non riconosce la loro libertà. Ciò indica l’urgenza di assumere un comportamento cristiano radicato nelle Beatitudini, che restituisca, attraverso il. comportamento dei discepoli di Cristo, il volto del Cristo stesso, Cristo dolce e umile di cuore. Il mese scorso, papa Francesco non ha cessato durante tutto il suo viaggio ‘apostolico nel Messico cosi provato dalla violenza, del narcotraffico, di darne esempio commovente.  

Ne va del vero volto di Dio, volto che è dono e perdono. Ne va del vero volto dell’uomo, così come lo mostra la parabola del Figliol prodigo, che è veramente la parabola del padre misericordioso: invece di umiliare l’uomo, la misericordia gli da un nuovo valore: rende la perduta dignità d’uomo e di figlio. La gioia del Padre nel ritrovare suo figlio risiede nella sua consapevolezza “che è stato salvato un bene fondamentale, il bene dell’umanità del suo figlio” (Dives in Misericordia, n. 6). 

Perché la misericordia, contrariamente alla caricatura che di essa si fa da secoli, non testimonia di un rapporto di ineguaglianza tra Dio e gli uomini, o degli uomini tra di loro. Essa si fonda invece “sulla esperienza comune di questo bene che è l’uomo, sull’esperienza comune della dignità che gli è propria” (ibid.). Come lo afferma Santo Giovanni Paolo II, la misericordia “è realmente un atto di amore misericordioso: quando, attuandola, siamo profondamente convinti che, al tempo stesso, noi la sperimentiamo da parte, di coloro che la accettano da noi” (n. 14). A questo livello, o, se si preferisce, a questa “profondità”, si può ben comprendere che, non solo la misericordia non è la sorella minore della giustizia, ma al contrario, essa è “la sua sorgente più autentica” (n. 14). 

È sorgente divina. Il suo canale è sacramentale, dalla penitenza all’Eucaristia. E cosi comprendiamo che “l’amore misericordioso è più forte del peccato” (ibid.). 

 

LA CULTURA DELL’ AMORE MISERICORDIOSO 

Mi sia .concesso, alla fine di queste riflessioni, di farvi una confidenza. 

Rileggendo l’enciclica di Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, durante il pellegrinaggio di Papa Francesco nel Messico, per preparare questo incontro, la mia anima si è come dilatata. La cultura dell’amore misericordioso che ci propone, vivendola intensamente, Papa Francesco dopo Giovanni Paolo II, ci fa tornare alle fonti autentiche della nostra fede, alla speranza nell’amore di Dio di misericordia. Il santo parroco di Ars, Jean- Marie Vianney, ci esortava ad avere un cuore tenero, mentre troppo spesso è piuttosto simile alla pietra. 

Ho citato il santo parroco di Ars. Da buon francese, penso, naturalmente, ai santi Vincenzo de Paoli, Santa Teresa di Lisieux e il beato Charles de Foucauld, immerso nel deserto arido del Sahara. Ma come non citare San Francesco d’Assisi e tutti i santi che sono stati consumati dalla fiamma di questo amore misericordioso? Il romanziere Georges Bernanos diceva, con immagine forte, che” il nostro mondo batte i denti per il freddo e che solo l’amore dei Santi, l’amore attinto dal cuore di Cristo, può riscaldarlo”. 

Ho parlato poco fa di teologia. Dobbiamo professare che non c’è una visione teologica più profonda di quella che ricorda come Dio renda le cose buone, amandole ? Mi riferisco al San Tommaso d’Aquino della Somma teologica, che non esita a dichiarare che “perdonare gli uomini, essere compassionevoli con loro è opera più grande della stessa creazione del mondo” .

Davanti alla follia omicida dell’uomo contemporaneo, in che altro modo si può addolcire il suo cuore, se non riconduce~dolo alla contemplazione della dolcezza inerme del Cristo in croce, l’Agnello ferito dai nostri peccati? San Domenico nella sua preghiera domandava “un po’ di quella carità che ha fatto salire il Cristo sulla croce”. 

L’uomo è chiamato a partecipare alla beatitudine. Questa beatitudine è Dio, e Dio è per l’uomo amore misericordioso. Non esiste teologia antropologica, che sul fondamento rivelato, incarnato nel Cristo. Si, “la misericordia è la sola realtà che possa ricapitolare e illuminare definitivamente tutti gli altri aspetti del mistero cristiano” (R.P. Bernard BRO, Introduzione all’Enciclica di Giovanni Paolo Il, Dieu riche en Miséricorde, Ed. Le Cerf, 1980, p.16). 

Non si può essere cultura dell’amore senza misericordia. La misericordia è proprio il centro di una cultura dell’amore. Lo ha insegnato san Giovanni Paolo Il nella sua Enciclica Dives in Misericordia, e in tutta la sua vita. E ci invita con forza il suo successore, il nostro caro Papa Francesco. A loro esempio, e in modo ancora più intenso in questo anno giubilare della Misericordia, con la grazia di Dio, siamo anche noi, nel cuore del nostro mondo cosi impietoso, uomini e donne di misericordia, ad immagine e somiglianza di Dio, Padre di Misericordia. 

 

 





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