La nascita della vocazione missionaria

nel racconto di Padre Cremonesi

Non so se mai vi abbia detto qualche volta questi miei ideali, ma ora ve li dico per farvi meglio capire quello che oggi voglio svelarvi. Il sogno più forte, più sincero di questa mia giovinezza di studi, è di diventare presto sacerdote veramente santo, apostolo non solo di un piccolo numero di anime, ma apostolo d’Italia, del mondo intero. Io piango ora e fremo vedendo quanto è offeso il Signore nel mondo, quanto fango insozza la gioventù specialmente e la società dei nostri giorni, quanta empietà dilaga e sconvolge la vita civile. E vorrei essere già prete, aver mille bocche per predicare giorno e notte, a questa truppa di cattivi, la parola misericordiosa di Dio, per gridare agli empi superbi i fulmini della divina giustizia. Vorrei avere mille mani per mettere in piedi tanti giornali sui quali gridare la novella buona che rigenera e risana, coi quali combattere la marea di sangue e di fango che spinge il mondo a rovina. Vorrei infine morire martire della  santa idea, con un sacrificio lungo e tormentoso, come una preghiera a Dio, come una vittima d’amore per placare la divina giustizia.

Ma questo non è tutto. Mi fanno una immensa compassione quei poveri infedeli dell’Asia, dell’Africa o dell’Oceania, che non hanno un altare ed un focolare, che vivono miseramente, soggiogati al giogo tirannico di Satana. Ed allora non mi basta l’Italia, penso che l’ Italia ha già molte braccia che la possono salvare, mentre laggiù la messe è molta ma gli operai sono pochi.

Ed ecco che il sogno della mia infanzia, la chimera che alimentai durante tutta la malattia lunga e straziante, il sogno radioso di tutto questo anno di recuperata salute e di esuberante giovinezza, risorge potente a questo pensiero, mi fa ribollire il sangue nelle vene, mi fa tumultuare gli affetti nel cuore. Io voglio essere missionario. L’ho detto al mio direttore, il quale, nella sua prudenza, mi disse di ringraziare il Signore di questi buoni sentimenti, ma di mantenermi negativo per ora, cioè di non far nulla di positivo che potrebbe compromettermi per l’avvenire. Ed in questo ha ragione. Ma ciò di niente ha sbollito i miei entusiasmi, anzi li ha aumentati, ed ora più che mai li sento ardenti nel cuore. Meglio essere missionario, correre per le lande inospiti e crudeli ad annunziare la buona novella, instancabilmente giorno e notte, a tutti e dappertutto, con la parola e con l’esempio, con la penna e soprattutto con la preghiera, e poi suggellare il mio apostolato con il martirio, fecondare con il sangue con il mio sangue i germi che avrò gettato in quei solchi aridi ed incolti. Sono troppo presuntuoso? Sarà, ma io sono convinto che questi sentimenti me li ispira Iddio. (Lettera alla zia Suor Gemma delle “Suore della Carità della Santa Croce” di Ingenbohl, 17 maggio 1922)

 

 

E’ da dieci anni che il Signore lavora l’anima mia per renderla degna di sé, all’alta missione; perché fin dal primo anno di Seminario, io mi sono sentito chiamato alle missioni. E da allora non  cessai di accrescere questa mia inclinazione cogli abbonamenti a periodici missionari di codesto Istituto, col leggere tutti i nuovi libri che venivano ad accrescere il patrimonio della letteratura missionaria, formandomi così, oltre ad una discreta biblioteca, anche una buona cultura missionaria. E soprattutto parlai, scrissi di missioni, poetai di missioni, coma sapevo fare allora. E c’era tutto il mio cuore là dentro, perché quello era il grande ideale che allora mi agitava potentemente; e questo cuore si espandeva anche nell’opera, promovendo, con sacrifici allora grandi, pesche e piccoli trattenimenti missionari. Ma allora ero ancora troppo pieno di pregiudizi per pensare alla partenza, e consideravo i missionari come miei fratelli senza aver il coraggio di seguirli; consideravo quei luoghi lontani come mio campo di fatica, senza pensare ad andarci. E poi questi ardori missionari sembravano completamente naufragare nella malattia di scrofola che per quattro anni mi tormentò. Ma invece, nello spasimo della carne, l’anima mia trovò la sua gioia, e nella morte del sangue lo spirito ridivenne giovane e forte, e i miei ideali missionari si fecero più belli, liberati da molti pregiudizi. E fu in questo lento dissolvimento del mio essere, del mio povero frale, che il cuore sentì tutta l’attrattiva dell’apostolato e soprattutto del sacrificio, e sentì che un giorno sarebbe divenuto missionario, e un giorno anche martire. Ma io per allora cacciavo questi sentimenti come tentazioni di presunzione e non pensavo proprio che la mia carne grama avrebbe potuto ridiventare sana e florida, e compiere la sua missione nel turbinio della vita. Ma più li cacciavo, più questi sentimenti ritornavano potenti, anche sotto diverse forme; e così mi figuravo di diventare apostolo della penna e della parola, la mia grande passione: scrivere libri e articoli, cantare tutti i più grandi ideali, gridare e predicare a tutti la Buona Novella. E fu allora che desiderai di guarire. Abbandonato dagli uomini, ricorsi a Dio, per l’intercessione della carissima ven. Suor Teresa del Bambin Gesù; ed ella fece cadere anche su di me lentamente, anche attraverso l’insufficienza dei mezzi umani, la sua pioggia di rose. Così mi trovai guarito senza saperlo, e senza nemmeno averne più speranza. E la prova che non fu tutta terrena la mia guarigione, è che da un anno io non sento il benché minimo disturbo, quantunque questa malattia lasci di solito dei fastidiosi residui. E fu appunto in quest’anno di benessere che si maturò la mia vocazione missionaria. (Lettera a P. Armanasco, Superiore del Seminario lombardo per le missioni estere, 12 giugno 1922)

 

 

E quindi sarò missionario,  perché anche lo scoglio della salute è superato. Ho già fatto tutti i passi presso i miei superiori, i genitori e presso l’Istituto delle Missioni Estere di Milano e tutto mi andò benissimo. I superiori hanno acconsentito, i genitori pure, e l’Istituto mi ha aperto con molta soddisfazione le braccia. Ormai è quasi certo che per quest’autunno io sarò missionario. Oh, gioia! Voi mai arriverete ad immaginare la pienezza della letizia che forse non sarà nemmeno superata dalla gioia della prima S. Messa. E non pensate che abbia fatte le cose di mia testa. Ve l’ho detto che è da dieci anni che ci pensavo, e che se non ci fosse stata la malattia di mezzo, già da anni sarei missionario. Ma il Signore ha voluto temperare l’anima mia attraverso il crogiolo della prova, e ne sono contento, perché ora vedo la grande missione del dolore nella vita dell’uomo. (Lettera alla zia Suor Gemma delle “Suore della Carità della Santa Croce” di Ingenbohl, 5 settembre 1922)