RELAZIONE DEL VIAGGIO MISSIONARIO  DEL PRETHOLE’

                            Kothamò, 6 marzo 1943

 

Carissimo don Bossi,

eccomi dunque di ritorno da Dokrohò. Ti farò a parte una specie di resoconto del viaggio, perché lo conservi se vuoi. Causa la malaria, partii Lunedì scorso, il 1 di Marzo. Ero ancora un po’ a pezzi per la malaria, ma più specialmente per un mezzo avvelenamento di chinino, preso in dose fortissima la mattina che ero a Moshò. Gli effetti furono terribili, che credevo di morirne; e lunedì, sulla strada, mi tornava su ancora l’amaro del chinino, e la sordità mi passò solo due giorni fa.

 

Partenza da Kothamò il lunedì 1 Marzo [1943] alle otto; dopo un’ora si incontra Dotada (10 case). Qui attorno c’è un gruppetto di villaggi piccoli e in sfacelo: Dotiopuku ( più Shan che Cariani, 8 case), Dovomò (11 case), Doppiala (15 case): villaggi mezzo in sfacelo.

Poi, dopo due ore, un villaggio vuoto: Doloku. Dopo mezz’ora, un altro villaggio vuoto; poi alle quattro si arriva a Dotapuò, un bel villaggio di 40 case: è la prima volta che vedono il prete. Ci fanno buona accoglienza, ma naturalmente non se ne fa nulla. Si dorme qui.

 

Alla mattina del 2 Marzo si parte da qui. La strada per poco è bella, poi comincia la discesa al Po Khyaung, e la strada segue un torrentaccio asciutto, tutto sassi. Una cosa terribile: credevo di non riuscire ad arrivare sul fondo; dovevo aggrapparmi da tutte le parti per non cadere. Dopo quasi tre ore si arriva al fiume, dove c’è un villaggio di una decina di case. Si traghetta qui. Poi la strada sale, ma non troppo fortemente, al Pretholé. Dopo due ore e più si incontra Dolali, 7 case; poi, dopo più di un’ora, Donusii, piccolo anch’esso; poi, dopo più di un’altra oretta, Doledda, un villaggio di una trentina di case. Anche qui è la prima volta che vedono il prete, ma l’accoglienza è buona, anche se si fanno pagare. Naturalmente, nulla da fare neanche qui, essendo la prima volta. I miei Cariani Rossi avrebbero proseguito ancora, ma io decido di fermarci. Si dorme qui.

 

Alla mattina seguente, 3 Marzo, verso le 11, arriviamo a Dokrohò. Accoglienza se non ostile, certo molto fredda e quasi seccata, in contrasto con l’accoglienza cordiale dell’altra volta. Quando mi dissero che un mese prima ci eri andato tu con il grammofono, mi sono convinto che i pagani bisogna seccarli poco. Una visita o due all’anno è quello che sopportano. Andar troppo di frequente li mette in sospetto e li annoia anche. Perciò, nessun aiuto. Il capo, poi, è un chiacchierone formidabile, che inclina verso i bonzi. Il Pretholé per ora sembra una partita perduta.

 

Il giorno dopo, 4 Marzo, si discende per la strada di Dopledda. La trovai anche più infame. Ci fermiamo a Doplopà a chiedere un po’ d’acqua fresca, poi proseguimmo per Dosurikhjé, a  sud – ovest di Dopledda. Vi arriviamo verso le 5 di sera. Villaggio già visitato da P. Gobbato, ma troppo nuovo. Nulla da fare. Si dorme qui.

 

Da qui, al 5 di Marzo, sempre puntando verso sud – ovest, incontriamo, dopo quasi due ore, Dotaknu e Dotanilalò, villaggi dei soliti che si vedono in quella plaga lì, con un laghetto a ridosso. Io mi sarei fermato volentieri, ma i miei Cariani da due giorni non assaggiavano una goccia di ajé o di Kaung e non vedevano l’ora di arrivare a Dotada per berne a tutto spiano.

Dopo quasi altre due ore, si arriva di nuovo al gruppo dei villaggi di Dotada.

 

In tutto siamo stati via 5 giorni, che per questi Cariani Rossi è un mezzo miracolo. La roba da portare era ridotta ai minimi termini, ma per la lontananza troppo pronunciata e per le salite a cui questi Cariani Rossi non sono abituati; i portatori furono a volte tre, a volte fino a cinque. In condizioni normali due sarebbero stati di troppo.

Le spese le troverai sul resoconto. Stammi bene. Memento ad invicem.

 

 

                            tuo affezionatissimo

 

                                   A. Cremonesi