Desiderio di tornare a Donoku anche

a rischio di perdere la vita

Tu avrai sentito dell’assassinio di quei due missionari qui da noi (  n.r. P. Vergara e P. Galastri). La stessa cosa era già stata decretata a me da un pezzo e mi sarebbe capitata se non fossi fuggito in tempo. Adesso son qui con la maggior parte dei miei profughi. Io son qui ospite alla Missione, ed i miei sono in un campo preparato dal Governo. Abbiamo perduto tutto. Io tremo a pensiero che al mio ritorno io non abbia più neanche un piviale, e così non possa fare le mie Ore d’Adorazione settimanali solenni, come ho sempre fatto, che non possa più dare neanche la benedizione alla Domenica. Mi accontento tanto di poco: di poter ricominciare la mia povera vita di missionario. Ed ho bisogno di tante preghiere, perché possa perseverare nella mia vocazione, ché il pensiero di dover ricominciare ancora tutto da capo, il pensiero di quello che mi aspetta nel prossimo avvenire, del come si troveranno i miei poveri cristiani senza più nulla, di come potremo vivere e mangiare, di come farò a far fronte ad una situazione così disperata, mi dà le vertigini. E se non fosse la fiducia nella Provvidenza e Bontà di Dio, si cederebbe subito alla tentazione che si fa forte ogni giorno di più  di piantar qui tutto ed andare dove queste prove e preoccupazioni non ci sono più. E’ difficile la vita eroica. Occorre una  gran quantità di coraggio e di abnegazione che solo Dio può dare. Mi affido proprio alle tue preghiere ed a quelle dei tuoi bambini. Il Signore ascolta tanto volentieri le preghiere dei bambini. ( Lettera alla cugina Mr. Amina Uselli, 7 ottobre 1950)

 

Appena sentirò che i soldati saranno arrivati al mio villaggio, vi ritornerò e non scapperò più, capiti quello che capiti. ( Lettera ai familiari, 8 gennaio 1951)

 

E  andrò a stare laggiù per sempre, e stavolta, almeno se l’anima mia starà risoluta com’è adesso, non scapperò più, capiti quello che capiti. Al massimo mi potranno ammazzare, il che non sarà di gran danno, giacché adesso, al posto di un missionario ammazzato, lasceranno venire un missionario nuovo, pieno di salute, di brio e di entusiasmo che farà certamente mille volte meglio di me. L’agonia di questi mesi di esilio, al pensiero di tante anime abbandonate senza pastore, in mezzo a così gravi pericoli e dolori, è stata certamente più dolorosa di qualunque morte (Lettera al vescovo, 11 gennaio 1951)

 

Lei non può davvero immaginare come sia aumentata in me l’ansia, la brama , l’agonia che mi è venuta addosso di ritornare presto al mio villaggio a raccogliere la mia povera gente dispersa, specie da quando ho incominciato a sperare che dovesse arrivare quest’ora di giorno in giorno. E’ una tale ansia che toglie tutto il gusto delle altre cose. Mi pare di sentire fisicamente il dolore della mia povera gente ed il loro cruccio e rimprovero per averla io abbandonata. Quindi può perdonare se penso magari di fare delle imprudenze. Dio vede e Dio provvederà ( Lettera al vescovo, 3 febbraio 1951).

 

Sono ancora qui profugo a Toungoo. Sento in cuor mio che se stavolta riesco a tornare al mio villaggio, vi resto a qualunque costo, capiti quello che capiti. Il peggio che mi  può capitare è di essere massacrato dai ribelli.ma questa agonia di sette mesi è ben peggiore di qualunque morte (Lettera alla zia suor Gemma, 15 febbraio 1951).

 

La pace non è ancora tornata qui. Prega tanto perché abbia a venire presto la pace. Questa guerra che si trascina ormai da cinque anni, ci fa perdere tanto tempo. Il lavoro nostro  è paralizzato. Ed anch’io vedi che sono ancora in pericolo ( Lettera alla cugina  Mr. Amina Uselli, 7 gennaio 1952)

 

Qui la guerra civile non è ancora finita, ed io sono qui sempre con il piede alzato, in caso mi capiti ancora come due anni fa. Ho molti protettori…ma il protettore più potente è Dio ( Lettera al fratello Peppino, 2 febbraio 1952)

 

 

Non le dico quanto sono contento di essere tornato ( a Donoku). Se il Signore mi aiuta, piuttosto morire di qualunque morte, che un esilio come il mio ( Lettera la vescovo, 4 aprile 1952).

 

La guerra non è ancora finita ed io son qui in terra di ribelli, proprio alla frontiera. I soldati ribelli che difendono il fronte son dietro di  me, così che se capita un attacco sono il primo io ad essere preso (Lettera alla cugina Mr. Amina Uselli, 24 maggio 1952)

 

Sono tutti in piede di guerra: si aspetta anche qui una qualche azione del Governo e quindi si è certamente più vigilati da ambo le parti. Bisogna essere più guardinghi che è possibile. Si  temono rappresaglie contro noi cattolici, ma io non vedo che appiglio potrebbero prendere contro di noi. Qui noi si attende l’attacco tra un mese, quando sarà caduto Mawchi. Penso che sarà ancora San Giuseppe a farci questo regalo, e, se le arriva in tempo questa mia, mi mandi una benedizione speciale, perché il Signore e San Giuseppe abbiano a proteggere me e la mia povera gente (Ultima lettera al vescovo, 2 febbraio 1953)