Pensieri di spiritualità sacerdotale e missionaria

Un ardore di fede, di confidenza e di amore non mai provati finora, un desiderio di mortificazione veramente nuovo in me, una voglia insaziabile di trovarmi dinanzi a Gesù in preghiera ed un costante esercizio della divina presenza durante la giornata provano che molta gente prega e s’immola per i Birmani che mi sono affidati. Non è vero che prima deve essere formato l’apostolo e poi sarà possibile un fecondo apostolato?

Ecco quello che finora vedo chiaro: la mia nullità di fronte al compito arduo e divino (Lettera al Superiore, 3 settembre 1926).

 

Amate il carissimo Gesù un po’ anche per me. Cerchiamo di stare uniti a Gesù più che è possibile alla nostra miseria. Lo so che non è dato a noi di star sempre con il pensiero fisso in Gesù. Siamo povere creature e la nostra testa è tanto piccola che non ci sta più di un pensiero alla volta. Ma quello che importa è che noi ci sforziamo di ritornare a Gesù con il nostro pensiero appena ci accorgiamo che ne siamo stati lontani per un pezzo. C’è davvero un’unica sola tristezza degna di questo nome, qui su questa terra, ed è di non essere santi come vorremmo ( Lettera alla zia Sr. Gemma, 15 settembre 1929).

 

Non scriverò più e resterò anche con un peso meno sulla coscienza, perché l’aver la coscienza di avere delle attitudini che possono e devono essere utilizzate per il bene e lasciarle inoperose, è una cosa che disturba. Adesso invece la ringrazio proprio di avermi messo in pace anche in questo. Dopo i trent’anni mi passò la boria di vedere il mio nome stampato. Mi rimaneva una mezza convinzione di avere dei doni di scrittore. Adesso anche questa illusione se ne andata, e ne sia ringraziato il Signore ( Lettera al Padre, 25 agosto 1935).

 

Nella mia vita io ho sempre avuto un desiderio immenso di vita solitaria e claustrale. Mi è sempre sembrato bello e sublime vivere una vita di preghiera, di meditazione, di silenzio e di ritiro, ed invece mi tocca fare la vita del missionario che è la vita più varia, più zeppa di gente e di parole, più esterna e più rumorosa di qualunque altra vita. Le confesso davvero che quando scrivo a delle claustrali, mi si rinnova questa immensa nostalgia per questa bella vita e devo fare dei begli atti di rassegnazione alla volontà di Dio. Dunque mi aiuti lei a esser claustrale almeno di fatto, se non di apparenza. Mi interceda da Gesù la grazia di una intensa vita interiore, in modo che anche in mezzo ad una vita necessariamente dissipata, io mi abitui a trovare nel mio cuore la mia cella serena e secreta dove solo Gesù è ammesso. Non è poco questo che le chiedo. E’ nullameno che un aiuto necessario ed efficace per realizzare la mia santificazione ( Lettera a Sr. Agnese, 4 agosto 1937).

 

Dirò continuamente al Signore di raddrizzare lui le mie intenzioni e di far chiaro nella confusione del mio cuore. Per me so che non mi è affatto facile a stare a Kothamò. Tutto è disagio fisico, materiale, morale e spirituale. Sono assolutamente in mezzo a pagani e lontano da qualunque consolazione. Adesso poi che gli amici penseranno che non avrò più bisogno di conforti materiali, sarò abbandonato anche in queste cose alle mie poche erbe ed ai miei poverissimi mezzi; ma credo che il sacrificio ne valga la pena, quando  spero con questo di salvare  con la grazia di Dio una povera anima di sacerdote ( Lettera al Vescovo, 2 giugno 1946).

 

Non abbiate paura che mi ammazzi. Il lavoro non ha  mai ammazzato nessuno, e l’Ora di adorazione di notte non mi fa affatto male. Se facesse male, allora i frati che si alzano tutte le notti dovrebbero morire tutti giovani. (Lettera alla zia Sr. Gemma, 9 ottobre 1947)

 

Pregate e fate pregare tanto per me, perché abbia a perseverare nella mia vocazione (Lettera alla zia Sr. Gemma, 15 febbraio 1951).