Pensieri sull’obbedienza

Io mi riconosco forestiero nella mia diocesi, solo laggiù io trovo l’oggetto dei miei desideri. Però  io sono  pronto ad ubbidire in tutto alla P.V. , anche se mi vuole tenere in Italia, perché ormai sono sulla via della rinuncia; ed il Signore mi dà una forza ed una gioia veramente grande. Sarà superbia, sarà presunzione, ma io mi riconosco straniero in diocesi; ma a me l’apostolato ristretto ad un paese mi sembra egoista; ma io desidero un apostolato pieno di sangue e di sacrifici, colmo di fiele e di delusione, senza l’egoistica soddisfazione personale. E laggiù è il mio campo: anche l’Italia potrà essere, se Lei lo vorrà, il mio campo, ma per sacrificarmi meglio ancora, per indurre l’Italia intera ad andare laggiù.

(Lettera a  Padre Armanasco, Superiore del Seminario Lombardo per le Missioni Estere di Milano, 12 giugno 922)

 

Il  mio tormento fu sempre l’impressione di sembrare un osso spostato, un missionario fuori dell’ubbidienza, e di lavorare in un campo mio, contro il volere di Dio.

Lei chiami Kothamò come vuole: è un’evasione, è una fuga, è un esilio, è un rifugio, ma è almeno un luogo dove posso avere un po’ di pace e fare un po’ di bene e salvare l’anima mia ed anche un poco la mia salute. Mangio erba a Kothamò, ma sto bene; a Moshò non riesco a digerir nulla.

Ma lei vede che per un povero missionario che da vent’anni lavora per quello che può per la gloria di Dio, che è qui per salvare anime facendo la volontà di Dio, essere adesso come un osso spostato, non avere l’intera benedizione del suo Vescovo, essere in apparenza in una posizione di disubbidienza, è uno di quei tormenti che basta ad uccidere. L’ ho detto: questa mia sofferenza è al colmo. Non mi sembra di poter soffrire di più.

(Lettera al vescovo Lanfranconi - Kothamò, 9 gennaio 1944)

 

 

Oggi, nel ritornare da Moshò, ancora sconvolto da una delle solite bastonate che sono più dolorose da tanto che sono inaspettate ed assurde e senza base, trovai il sacco della roba  e le lettere lasciate ieri da P. Perego a Nyaungzin. Il Signore è sempre buono e fa trovare a tempo il compenso ai pochi dolori che ci fa soffrire.

Le scrivo adesso, oltre che per ringraziarla di tanta bella grazia di Dio che da un pezzo non si vede più, ma più ancora per dirle che non dia retta ai miei lamenti. E’ tutto vero quello che dice e non è nemmeno la terza parte della verità. E’ grande la sofferenza di ogni genere, specie quella di vedere rovinata tutta la fatica e tutte le belle speranze. E’ davvero ineffabilmente brutto vivere in questa atmosfera di sospetto continuo, in cui tutto è preso male, in cui non si è mai sicuri di nulla. Ma io non voglio più affatto forzare la mano dell’ubbidienza. L’ho fatto quando ero a Pyinmana, dove mi lasciai così dominare dalla ripugnanza di quella sinecura che certamente in tutti i modi, anche senza pensarci, forzai lei a cambiare. Ed il Signore mi ha mostrato che cosa si guadagna a forzare la mano dell’ubbidienza. Ho preso tutti  questi anni nel miglior modo possibile per espiare quella colpa. Non vorrei adesso ripeterla. Le dico quindi schiettamente che se è necessario che qualcuno sia sacrificato, non vedo nessuna ragione che un altro sia sacrificato al mio posto. Anche quest’altro è un uomo come me e soffrirà come e più di me. Quindi tant’è che ci stia io. Quindi lei resta pienamente libero. E mi faccia proprio sicuro che quella qualunque cosa che mi ordinerà di fare sia una cosa di sua libera scelta e non forzata da me.

( Lettera la vescovo mons. Lanfranconi, Kothamò, 2 febbraio 1946)

 

 

Non è affatto vero che a me piaccia fare e disfare senza dir nulla a nessuno. Da due mesi che sono in una mezza carica di Moshò le ho già scritto dalle sei alle sette lettere tutte sugli affari di Moshò, e non ho mosso piede,  non ho dato via una rupia ed una camicia e non ho fatto nulla per la scuola senza parlamentare  a lungo con il P. Bossi.

Dunque non abbia timore e non pensi che sia necessario avere un lungo colloquio con me per disporre di me. Faccia di me quello che vuole e con l’aiuto del Signore, cercherò di accontentarla e se  non fossi fedele, allora lei mi ricordi pure coi termini più forti che vuole queste cose che le scrivo qui.

(Lettera al vescovo Lanfranconi - Moshò, 15 agosto  1946)