Riferimenti alla decisione di non fare più ritorno in Italia

Non parlate di tirarmi in Italia. E che vi farei io di buono, quando fossi in Italia?  Sarei più di imbroglio che altro. Lasciamo fare al Signore. Pensiamo che il Signore c’è anche per noi e che io non sto meglio di voi. Pensate che ci sono degli altri che stanno peggio di voi. Lasciatemi qui e il Signore vi benedirà (Lettera ai genitori, 15 agosto 1930)

 

Riguardo poi al venire a casa, ecco:  non me lo auguro. Dopo tanti anni si vuol bene a questa nostra terra di adozione, a questa gente che abbiamo rigenerato in Cristo,  e mi sembra che un ritorno in patria dovrebbe portare con sé troppo dolore per me, perché me lo abbia ad augurare. Io fui sincero nel dirvi addio. Sapevo ed avevo il desiderio di dirvi un addio definitivo ed ero certo che la mia partenza non avrebbe avuto più ritorno. Non ne ho proprio nessuna voglia di smentire questa mia sincerità. Che abbia un grande desiderio di rivedere mamma, papà e fratelli e parenti, la è una cosa che non si può dubitare. Ma è questo uno di quei desideri che dobbiamo offrire al Signore come olocausto di offerta per i suoi Santissimi Scopi. A tante cose bisogna rinunciare nella vita. Ed è questa una delle cose certo più penose. Ma pure è necessario saperci rinunciare. Credo che a voi non piacerebbe affatto sapere che io son tornato perché … stanco di fare il missionario. La sarebbe davvero una cattiva notizia per tutti, e soprattutto per voi, che il vostro Alfredo si sia stancato di fare la vitaccia del missionario. Dunque, questa ragione non me l’augurate di certo; anzi, son sicuro che pregherete perché io non mi stanchi mai, perché non guardi mai indietro, perché io continui fino alla morte nella mia carissima e divinissima vocazione. Le altre ragioni non dipendono  da noi.  Un viaggio di andata e ritorno, come una gita di piacere, naturalmente, povero come sono, non me lo posso permettere. Dunque? Non c’è che rimettersi nelle mani  del Signore (Lettera ai familiari, 16 settembre 1934)

 

Può ben  brigare il dottor Scamoni per farmi tornare in Italia, ma se non manda insieme anche quattromila lire almeno, in Italia non mi vedrete nemmeno pitturato. E quattromila lire basteranno solo per la venuta, ed il ritorno? Lo sapete che un viaggio simile verrà a costare almeno diecimila lire? Valgo tanto io? Certo io non valgo tanto. Penso  ai miei benefattori che son tutta povera gente che si priva del necessario per darmi i mezzi per mandare innanzi le mie opere. Ed io dovrei gettare in mare il sangue di questa povera gente? Ma siete matti tutti insieme, voi. Non ne voglio nemmeno  parlare, tanto la mi sembra una sciocchezza ( Lettera ai familiari, 22 aprile 1939)

 

Penso continuamente alla mia mamma e chissà quanto farei darei per poterla rivedere. Ma questo di poter venire in Italia non dipende proprio da me. Dipende da me se si andasse  a base di diritti. Da tanti anni avrei certo il diritto di chiedere un po’ di vacanza. Ma non dipende da me se si va a base di doveri e di amor di Dio. Con tanta miseria che c’è in giro, con che coraggio io sprecherei tanti soldi per un viaggio così costoso, giusto per rivedere i miei cari ed i miei luoghi? Rinunciare a tornare è un gran sacrificio, ma se ci si pensa, ne vale la pena (Lettera alla cognata Augusta, 20 aprile 1945).

 

In quanto a venire io in Italia per essere di conforto e di supporto ai miei genitori, proprio non  ne vedo la possibilità. Siamo qui tanto in pochi, quasi tutti vecchi ed inabili, con immenso lavoro. I giovani non sono ancora tornati dai loro concentramenti in India. Io, poi, sono ridotto a un rudere.  Sono quasi completamente esaurito, non ho più forza, digerisco male, perdo continuamente sangue ed ho, in aggiunta, anche febbri frequenti e reumatismi. Anche se venissi in Italia sarei più di impaccio che altro, con tanti malori addosso. Eppure adesso sembra che si stia raccogliendo il frutto di tanti dolori. Ci sembra un gran movimento di conversioni. Come potrei lasciare il campo adesso? Ad ogni modo lasciamo fare al Signore. Se sarà sua volontà, vedrete che arriverò anche in Italia (Lettera alla zia Sr. Gemma, 23 dicembre 1945).

Non è affatto questione di potere o non potere. E’ una questione tutta diversa. Noi abbiamo la regola che, dopo dieci anni di Missione, si può domandare il permesso di un temporaneo rimpatrio. E lo si ottiene. Ne abbiamo diritto. Ma è più perfetto farne a meno. Con che coraggio io domanderei questo permesso, quando c’è tanta  miseria in giro? Che io abbia a spendere un sacco di soldi per farmi una passeggiata in Italia, dove troverei la maggior parte dei miei amici e parenti al cimitero, mentre tanta gente muore di fame? Ma vi pare? Cosa potrei pensare io di una simile passeggiata in punto di morte, che è quello che conta? Io vi dico sempre che una cosa simile non la farò mai. Voglio arrivare alla mia morte con la coscienza più in pace che mi sia possibile. C’è tanto tempo di parlarci e vederci durante tutta l’eternità.  E,  se il Signore vorrà, vedrete che capiterò in casa vostra come un bolide, quando meno ve l’aspettate. Ho visto succedere cose che nessuno mai avrebbe pensato. Potrebbe succedere anche questa (Lettera ai familiari, 4 aprile 1947).

 

Io son sempre stato un carattere timido ed impacciato. Non  sono capace di confortare. Non sono capace di dir delle buone parole, di far delle carezze. Non ne sono mai stato capace. Dinnanzi alla sventura io non so proprio dir nulla. Vedi? Mi sono fatto missionario un po’ anche per questo. Con questa gente c’è poco da far moine. Gente rozza e semplice, che si consola subito nelle sue sventure. Noi invece siamo complicati. Ci vogliono parole complicate. Io non le so dire. E’ un po’ questo pensiero che mi fa pensare davvero inutile un mio ritorno in Italia per consolare i miei vecchi. Più di far vedere la mia faccia tutta coperta da un barbone pauroso, più bianco che brizzolato, io non saprei fare. Che gusto ci sarebbe? E spendere 300.000 lire per questo. Ma ti pare? E poi per rifarsi della spesa dover andare a mendicare di parrocchia in parrocchia, a far brontolare i parroci che hanno già tante altre cose a cui pensare. Ma ti pare? Vorrei che specialmente la mamma si persuadesse di questo. Che non pensi che io sia crudele. Ma se io sono così, è perché noi Cremonesi siamo fatti così. Se noi facciamo una cosa, andiamo fino in fondo. Ci siamo dati a Dio, ebbene diamoci a Dio totalmente, col sacrificio totale, senza ritorni e senza soste. Che colpa ne ho io se la mamma mi ha dato un cuore così? Come son fatte le cose di questo mondo! Fare  un viaggio così lungo e dispendioso, e dopo due o tre giorni che ci si visti, sedersi in faccia l’uno e l’altro a sbadigliare. E’ questa la vita? (Lettera alla cugina Mr. Amina Uselli, 6 giugno 1950).

 

Voi immaginate subito che l’argomento deve essere quello di cui si scrive e si parla già da tanto tempo tra di noi, cioè quello di un mio ritorno in Italia, per vedere voi. Voi ne parlate e ne scrivete ed io ci ho pensato e ci penso e, con tutto il pensare che ho fatto, non sono riuscito a convincermi che la sia una bella cosa. Potete benissimo immaginare quanto sia grande il mio desiderio di venire a veder voi prima di morire, come questo pensiero sia una vera tortura per me. Ma io sono sempre stato in attesa di  un segno dal cielo che mi facesse vedere che la fosse una bella cosa. Stavo aspettando e aspetto ancora che sorga un’occasione, un qualche cosa insomma che renda necessario ed almeno molto utile un mio ritorno in Italia, e così quell’occasione mi darebbe modo di venire in Italia con una ragione solida e nel frattempo avrei anche la bella occasione di veder voi. Ma voi capite che per un missionario come me, che ha inteso darsi tutto a Dio senza ritorni, il mettere avanti la sola ragione di rivedere voi per fare un viaggio tanto costoso in tempi tanto calamitosi, non può andare affatto. Io e voi perderemmo tutto il profumo del nostro sacrificio;  e la consolazione che ne ricaveremmo sarebbe ben misera.

Vi immaginate, voi, che consolazione potrei darvi io? Si sa bene come la va tra gli uomini. Dopo due o tre giorni che siamo insieme, già si avrebbe ben poco da dire, e si troverebbe che la presenza porta ben poco di nuovo. Vedete Ernesto: ha lasciato la vita, martire della Patria e della libertà. Così sono io. Fino in fondo, senza pentimenti e senza ritorni. Sempre sulla breccia. Che colpa ne ho io se voi mi avete dato un cuore così? Dunque, coraggio. Se il Signore vorrà, farà lui sorgere un’occasione bella di un viaggio, se no ci rivedremo in Paradiso, contenti di aver fatto un così bel sacrificio (Lettera alla mamma, 13 giugno 1950).

 

Ammiro le vostre belle intenzioni per farmi ritornare. Ne ho certo più voglia io di voi, specialmente nello stato d’animo in cui sono adesso, con il distretto tutto in rovina, profugo ed esule qui a Toungoo. E sono ormai più di nove mesi. In questi nove mesi ci sarebbe stato il tempo di fare una scappata in Italia. Forse ce ne sarà altrettanti di mesi dinanzi, prima che si sciolga la situazione, ma il fatto è che nessuno ne sa nulla. Capite bene che dopo tanto tempo che sono via dalla mia gente, io debba essere qui pronto a ritornare il medesimo giorno che vi andranno i soldati. Se no vi andranno subito i Birmani, ladri ed assassini, e distruggeranno anche quel poco che vi sarà rimasto. Venir via adesso sarebbe un tradire la mia povera gente, sarebbe dare ansa alle malevolenze dei Battisti e dei ribelli che noi missionari esteri siamo qui a pelare il gregge, pronti a scappare quando c’è nuvolo, come hanno fatto tutti i pastori battisti durante la guerra giapponese e durante la guerra civile.

Evidentemente ( n.r.  Naturalmente) dipende tutto da me. Il Vescovo mi potrebbe pregare di attender tempi migliori, ma tutto dipende da me. Ed è appunto questa  la maggior difficoltà. Tutto dipende da me, e dunque sono io che volontariamente devo abbandonare anche per un po’ di tempo il mio campo, sono io che mi devo prendere il lusso di una gita tanto costosa in questi tempi così poveri, sono io che devo consumare in un gita di lusso, senza un preciso scopo missionario, i soldi della povera gente, le gocce di sangue della povera gente; sono io che volontariamente dovrei venire in Italia a far mormorare la gente che ha buon senso, a far dire a tutti: “ Ma che viene a fare costui in Italia?”. Il sacrificio, in caso mai, è gravissimo da parte mia. Io ho tanta mia gente che desidero rivedere, a cui penso continuamente, voi e tutti gli altri con cui siamo vissuti da ragazzi. Voi non avete altro che me da vedere, il che poi non è una gran rinuncia, brutto come sono. Ma,  capite bene che questo fatto, che tutto dipenda da me, è la vera e grande difficoltà che io certamente non riuscirò mai a superare. Se anche venissi, io sarei in pieno rimorso per tutto il viaggio, sarei sempre con il rimorso anche in mezzo a voi; e poi questo rimorso mi rimarrebbe per tutto il resto  della mia vita missionaria. Così son fatto io, così mi hanno fatto i nostri genitori. E’ colpa mia? (Lettera ai familiari, 14 aprile 1951)

 

Si potrebbe anche smettere questa tiritera di lamenti e di desideri per un rimpatrio o no. Ci  sono tante altre cose da dire e da discutere. Ormai siamo d’accordo che voi avete desiderio di vedermi ed io ne ho un desiderio immenso e divorante. Se io non mi decido a venire, non è per capriccio o per disamore o per indifferenza o per antipatia. E’ una sofferenza continua, invece, questa rinuncia. E voi continuate a far sanguinare questa ferita. Tutte le volte che mi arrivano le vostre lettere, io ho paura ad aprirle, appunto perché son sicuro di trovarvi questo benedetto ritornello. Basta, per carità. Non abbiamo forse già sofferto abbastanza, io e voi, per questa reciproca rinuncia? (Lettera ai familiari, 25 marzo 1952).

 

Io non ne ho davvero nessuna voglia di andar in Italia. Nemmeno per un breve periodo. Qui non è come dalla Svizzera a Milano, ma è un viaggio lungo e terribilmente dispendioso. Penso che i benefattori miei son tutta povera gente che si priva del necessario a volte per darlo a me. Come potrei io con la coscienza tranquilla gettare in mare le gocce di sangue dei miei cari benefattori?

In Italia possono brigare fin che vogliono. Ma l’ultima parola sarà sempre mia. Dovranno pure domandare a me se voglio andare o no. Ed io dirò di no senz’altro

Il ritorno in Italia di un missionario, senza ragioni gravi ed evidenti, è sempre uno scandalo ed uno sciupio inutile di tempo, di energie spirituali e di denaro. Ed il denaro non è nostro, ma della Provvidenza ( Lettera alla zia Sr. Gemma, senza data)

 

 

A quante cose bisogna rinunciare nella vita! A pensare alla voglia che ho di rivedere tutto e tutti, mi vien da piangere. Ma fino a che durano queste condizioni, nemmeno da pensarci. E dopo? Ne varrà la pena? Fare una spesa simile per un po’ di soddisfazione mia e per dare sì e no un po’ di soddisfazione agli altri? Noi uomini siamo tanto poco amabili!.. (Lettera alla cugina Mr. Amina Uselli, 24 maggio 1952).