Pensieri sulla morte e il Paradiso

Noi siamo proprio destinati a dover sempre lottare con la miseria. Portiamo pazienza. Fu povero anche Nostro Signore a Nazareth, ed era Dio. Che meraviglia che siamo poveri anche noi. Quello che importa è l’acquistare un posticino in Paradiso, anche dovessimo per questo morir di fame. Là saremo più ricchi di tutti i miliardari di questa terra ( Lettera ai familiari, 1 gennaio 1930).

 

Soffrire bisogna, giacché siamo in una valle di lacrime e non si può andare in Paradiso in carrozza. Ma quello che  soffro io non è poi tanto. Che la sia una vitaccia la nostra è un fatto. Ma questo lo sapevo prima di farmi missionario.  E se mi son fatto missionario, è segno che a me piacciono le …vitacce (Lettera ai familiari, 16 novembre 1934).

 

Statemi bene e  non pensate male di me. Il peggio che mi possa capitare è di morire, il che non è poi una gran disgrazia, giacché questo povero mondo non è bello affatto e fa desiderare tanto il Paradiso.

Preghiamo a vicenda e arrivederci in Paradiso, ché solo questo è certo, se il Signore avrà misericordia di noi. (Lettera ai familiari, 2 febbraio 1938).

 

Fra qualche anno ci rivedremo tutti in Paradiso e sarà un bel arrivederci, più che tutti i ritorni qui i terra, che in fondo in fondo non lasciano altro che amarezze (Lettera ai familiari, 22 aprile 1939).

 

Noi cristiani abbiamo altre speranze. Noi abbiamo l’eternità dove ci rivedremo e godremo in Dio. Ed avremo ancora i nostri corpi ed ancora staremo insieme come una  bella famiglia. Rinunciare a tornare è un gran sacrificio, ma se ci si pensa, ne vale la pena (Lettera alla cognata Augusta, 20 aprile 1945).

 

Ho tale una smania di far molto per queste opere, che a volte mi fa piangere. Perché il Sacro Cuore mi dà di questi immensi desideri divoranti e poi mi mette nell’impossibilità di soddisfarli? Sono una gran pena tali desideri, quando non possono avere uno sfogo. Ma sento che deve venire il tempo in cui il Signore mi aprirà un  gran varco in cui posa passare tutto questo fuoco. Sia pure in Paradiso.

( Lettera a P. Barbieri, 20 febbraio 1946)

 

Vedete che lavoro, e se lavoro è segno che sto bene, nonostante i malori a cui ho accennato; e se lavoro è anche segno che le cose qui si fanno sempre più normali. Quindi niente paura per me. Credo che adesso, se morrò, sarà di morte naturale e non più per qualche baionettata giapponese.

Dunque state bene e non pensate male di me. Il peggio che mi possa capitare è di morire, e questo non è il peggio, certo, perché il morire sul campo è onorevole presso Dio e presso gli uomini. (Lettera alla zia Sr. Gemma, 26 giugno 1946)

 

Adesso che ho visto il viso della morte tante volte durante l’invasione giapponese e durante questi tre mesi di malattia, non  ho più nessun attaccamento alla terra e sento una gran voglia di consumarmi tutto e presto, perché venga presto il regno del Sacro Cuore in queste terre. Si vede proprio che l’unica cosa che importi e che resti per l’eternità è proprio questa. Allegri dunque nel Signore. Quando il Signore ispira questi sentimenti, non c’è più nulla che faccia paura. Tutto è bello, anche il dolore che ci prepara una corona più bella in Paradiso ( Lettera ai familiari, 23 novembre 1946).

 

Io sono una carretta, ma tiro avanti meglio di tanti altri che sembrano sani. Il mio Vescovo ve lo dirà come qui mi chiamano il “moto perpetuo”, perché io non so mai star fermo, nemmeno quando sono ammalato. Io penso che la salute va curata sì, ma che poi non importa troppo. Anni più o anni meno, che sono di fronte all’eternità? Il lavoro che si deve fare deve essere fatto adesso, quello che non si potrà fare lo faranno i successori.  Ed in quanto a riposare, c’è tanto tempo in Paradiso (Lettera ai familiari, 25 giugno 1947).

 

Vedete quante cose che ho alla mano. Arriverò a rivedervi in Paradiso ben stanco, ma avrò tutta l’eternità di riposare. Se voi andate prima di me in Paradiso, dovete proprio tirarmi su con voi a tutti costi, anche se diventassi un brigante ( Lettera alla zia Suor Gemma, 9 ottobre 1947).

 

Hai già 37 anni. Bene, siamo più vicini alla meta. Ma in questi anni del bene ne hai fatto. Dunque coraggio. Evidentemente non dobbiamo essere soddisfatti. Guai se fossimo soddisfatti della nostra vita e del come serviamo il Signore. Non lo dobbiamo mai essere. Buon segno se non lo siamo. Ma abbiamo fiducia. Abbiamo coraggio. Il Signore vede la nostra buona volontà. Accetta quello che Gli possiamo dare, quando glielo diamo di cuore davvero. Dunque nessuna paura. Non siamo noi che cresciamo in Gesù, è Gesù che cresce in noi. Il sole che fa crescere la nostra santità non è dentro di noi, è fuori di noi, è Gesù stesso. Distendiamo le anime nostre a questo sole, senza preoccuparci troppo della nostra miseria. Lasciamo lavorare su di noi questo sole, e vedrai che rigoglio! ( Lettera a Mr. Amina Uselli, 17 agosto 1951).

 

Se si pensa alla morte, si vede proprio  che si è perso tanto tempo e che non si è combinato nulla di buono. Siccome vedo che la mia salute non è affatto forte e che la barba ed i capelli si imbianchiscono sempre di più, mi ritrovo anch’io a pensare di frequente alla morte. E trovo davvero che sarà tanto difficile cavarsela bene, se non si ha piena ed assoluta fiducia nella misericordia di Dio. Proprio non si vedono che demeriti nella nostra vita passata. Non si riesce a vedere che cosa dovrà premiare il Signore in noi. Anzi si riesce solo a vedere quello che dovrà punire. Ma bisogna farsi coraggio. Il sentimento della nostra indegnità e il bisogno che si sente della fiducia nella misericordia di Dio, sono già una grande grazia ed un segno di predestinazione. Ringraziamone il Signore insieme (Lettera alla zia suor Gemma, 18 ottobre 1952).