Lettera alla zia suora

S. Michele Cr. , 30 – 09 – 1925

PADRE

ALFREDO

CREMONESI

 

nato a:

Ripalta Guerina (CR)

Diocesi di Crema

16 maggio 1902

 

morto a:

Donoku (Birmania)

07 febbraio 1953

S. Michele Cr. , 30-9-1925

 

Carissima zia,

 

Voi avete insistito per avere un qualche scritto da me, sul quale meditare in questi ultimi anni di vostra vita e per ricordarvi di me. Vi ringrazio della fiducia che ponete in me, ma non vi so ringraziare abbastanza come vorrei della promessa che mi fate di ricordarvi sempre di me.

Ho bisogno assolatissimo di preghiere. In questi ultimi giorni che mi separano dal grande giorno del mio supremo distacco, sento tutto il peso sconcertante della mia debolezza, tutto lo schiaffo terribile del mio povero nulla. Ho tanto presunto delle mie forze, ho tanto pensato a me stesso in questi giorni da dimenticarmi quasi il “sine me nihil potestis facere” di Nostro Signore.

Oh, carissima zia, come siamo ingrati, come siamo grossolani noi con il Signore! Egli è così finemente gentile con noi e noi gli siamo ingrati, noi siamo così rozzi, così poco amanti di Lui. E la carezza di Gesù nell’anima nostra è infinita e il bacio di Gesù sul cuore nostro ha tutta la dolcezza del Paradiso, e si rinnova ogni mattina sempre più dolce, sempre più abbondante, sempre più generoso.

Perché mai ne facciamo tanto poco conto, che quasi durante la giornata ce ne dimentichiamo, che operiamo e viviamo come se nulla di grande fosse avvenuto nell’anima nostra?

Se noi fossimo realmente convinti della nostra assoluta miseria, del nostro nulla, credete voi che il nostro agire non sarebbe diverso?

Sento in questi giorni la verità grande e dolce di quanto vado scrivendo, sento proprio che senza una grande grazia di Dio io non sarei quello che sono, non avrei nemmeno potuto pensare a divenire quello che sono. Noi proprio non ci entriamo in questi disegni della Provvidenza: ci entriamo solo per la nostra miseria, con il rischio di rovinare noi le opere di Dio.

Noi siamo nulla, Dio è tutto: ecco la grande verità! La nostra gloria e la nostra somma potenza è appunto la  nostra grande debolezza. Dio ci vede piccini, Dio ci vede deboli, ha compassione, si muove in nostro aiuto. E non c’è al mondo una cosa più ripugnante, più illogica, più inumana del verme che osa insultare il viandante, il quale con l’unghia del mignolo lo può frantumare. E noi, quando ci crediamo qualche cosa, quando lasciamo un po’ da parte Dio per fidarci delle nostre forze, facciamo così con il Signore. Vermi che insultano Dio! La mancanza di confidenza nel Signore, la debolezza nostra non riconosciuta da noi sono le due più grandi offese che si possono fare al Signore.

Sapete un’altra grande sciocchezza che noi commettiamo nella nostra vita religiosa?

Il Signore ci ha fatti liberi, il Signore ha tagliati recisamente tutti i vincoli che ci univano alla terra, ha strappato tutte le reti che tarpavano il volo delle nostre ali angeliche, e noi, come allodole mattutine, possiamo spaziare nei cieli immensi, respirare a pieni polmoni quell’aria celeste, godere della sconfinata libertà dei cieli. Perché dunque discendere ancora tanto in basso, e crearci noi dei vincoli nuovi e attaccarci ancora alle miserie della terra e attaccare ancora il cuore nostro alle creature?

Dio ci rompe fin i vincoli di sangue, Dio ci separa fin dalla nostra mamma per farci godere la santa libertà dei figli di Dio, e noi invece ci si vuol legare, e, in mancanza dei vincoli di amore, ci leghiamo con le ragnatele di amore che, quando si strappano, fanno più sangue ancora che i vincoli stessi del sangue…

Ma non  è questa una grande sciocchezza? Ma dunque noi rinunciamo alla santa libertà dei figli di Dio? Ma dunque noi villanamente respingiamo le supreme gentilezze dell’amor divino?

Liberi, zia amatissima, liberi nei cieli immensi, liberi nel seno di Dio! Liberi nel nostro amore e allora saremo degni figli di Dio!

E per riuscire a questo, a me sembrano necessarie tre cose:

I. Veder Dio in ogni cosa

II. Amar Dio in ogni cosa

III. Servir Dio in ogni cosa.

Ecco la via sicura che condurrà noi, anime religiose, alla suprema felicità e all’attuazione del nostro sogno di zelo indefesso e fruttuoso.

 

I. - Veder Dio in ogni cosa.

 

E’ la base che il saggio pone alla sua vita. Disse Gesù ai suoi discepoli nel suo bellissimo e confidente discorso dell’ultima cena: “ Io sono la vite e voi i tralci. Finché il tralcio sta attaccato alla vite farà molti frutti, ma quando il tralcio si staccherà, allora essiccherà e non sarà buono che ad essere gettato nel fuoco eterno”. Noi tutti (e specialmente le anime religiose) siamo i tralci. La grande vite è Gesù. E’ necessario per vivere star attaccati, ma solidamente, alla vite.

Per staccarsi, per morire, non è necessario un taglio assoluto, ma basta solo che il tralcio impigrisca un poco nel succhiare l’ umore, ed allora perde a poco a poco il suo verde vivo, si copre qua e là di macchie poi secca e muore. Le persone religiose quasi mai si staccano repentinamente da Gesù, ma sempre preparano la loro morte spirituale con le accidie, con le negligenze, con la mancanza di delicatezza verso Nostro Signore. E’ quasi sempre così. A noi non basta l’amore di Dio comune, a noi non basta la ripugnanza per il peccato mortale. Vivere così, è morire per noi… a noi occorre una ripugnanza assoluta, senza riserva ad ogni minimo difetto che possa far dispiacere a Gesù, occorre un amore tale verso Gesù che ci deve inondare il cuore di dolcezza al solo pronunciare il Suo nome, al solo pensiero di Lui. Noi dobbiamo sentire tanto profonda la necessità di amare Gesù da sentirci in dovere di mortificare la dissipazione del nostro cuore, di scuotere la naturale pigrizia dell’anima nostra, di vedere in ogni cosa Gesù.

Ecco il colmo dell’amore, la dimostrazione che noi siamo veramente fedeli a Gesù; e questa è veramente la realtà del tralcio attaccato ala vite. Può dire il tralcio di vivere del proprio umore? No, perché tutto quello che egli succhia è già lavorato dalla vite. Così l’anima nostra non vive una vita propria, ma vive la vita che le comunica ogni ora, ogni momento Nostro Signore. E allora perché non dovrà operare con i medesimi sentimenti di Gesù, perché non dovrà vedere con gli occhi di Gesù?

Veder in ogni cosa Nostro Signore è anche questione di fede. Perché dunque non si dovrà amare con il cuore di Gesù, non si dovrà parlare con la lingua di Gesù?… Lo crediamo, o non crediamo che “non cade foglia che Dio non voglia”? Crediamo o non crediamo che non cadrà un capello della nostra testa senza il consenso di Dio? Crediamo o non crediamo che noi siamo veramente un prodigio della divina misericordia? Ma noi tante volte ci facciamo del cattivo sangue, ci creiamo una vita in felicissima appunto perché non sappiamo seguire il volere di Gesù, appunto perché ci ribelliamo a Gesù, appunto perché non vogliamo credere che quello che Gesù vuole è il meglio per noi, appunto perché non vogliamo seguire gli impulsi di Gesù.

Per noi persone religiose, soggette all’obbedienza, è tanto facile vedere in ogni cosa il Signore. In ogni comando dei superiori è necessario vedere il Signore. E se il Signore ci manda ad un ufficio per il quale non sentiamo inclinazione, nel quale temiamo di non riuscire, per il quale non siamo preparati, perché affannarsi tanto? Ma non siamo dunque convinti che è Gesù che ci manda? Non abbiamo dunque fede in questo caro Gesù che ci manda, e manchiamo quindi di delicatezza verso questo carissimo Gesù… E non sappiamo noi che Gesù sa trarre anche dai sassi dei figlioli di Abramo? E non sappiamo che non siamo noi che operiamo le meraviglie della grazia, ma è Gesù che le opera per mezzo nostro? Anzi, più è inetto lo strumento, più apparirà la mano di Gesù. E ha mai sbagliato qualcuno facendo l’ ubbidienza? Vedere quindi Dio nelle cose liete e nelle tristi: fare il viso contento non solo quando splende il sole e tutto va bene, ma anche quando c’è bufera dentro di noi ed intorno a noi. Anzi è allora che più bisogna vedere Dio nelle cose, è allora che bisogna ricordarsi che Dio non permette mai un dolore se non per procuraci una gioia più profonda e duratura.

 

II. - Bisogna amar Dio in ogni cosa.

 

Si fa presto a ragionare che bisogna veder Dio in ogni cosa e si fa presto a esser convinti che non cade foglia che Dio non voglia, ma non si fa così presto ad amare la volontà di Dio nelle cose.

Se noi davvero amassimo Dio, ameremmo dunque anche la sua volontà. Non fate, zia, come quelle persone religiose che amano la santa volontà di Dio finché è come la loro, e si lamentano aspramente quando il gusto di Gesù è contrario al loro. Ma lo sappiamo che i gusti di Gesù sono spesso contrari ai nostri?!… Siamo convinti che è Gesù uno sposo di sangue? E allora che meraviglia che la santa volontà di Dio spesse volte ripugni alla nostra?…

Amarla questa santa volontà, fare volentieri qualche piccolo sacrificio per il Signore, mortificare volentieri il nostro carattere, il nostro temperamento per il Signore! Quanto è bello vivere così! In ogni cosa dire: “ E’ il Signore che vuole così;  sia  fatta la Sua Santa volontà!”. Ma non solo con la m,ente, ma con il cuore, soprattutto con il cuore. Allora sì arriveremo a quella uguaglianza di carattere che forma la caratteristica dei Santi. Uguali sempre, sempre ridenti, sia quando va tutto bene, sia quando va tutto male. Sempre sorridere del sorriso di Dio. E allora anche quando saremo nell’afflizione, sapremo servir Dio in ogni cosa.

 

III. - Servir Dio in ogni cosa.

 

Servir Dio e non noi stessi, il nostro amor proprio, la nostra vanità, il nostro interesse, i nostri comodi. Servir Dio e non gli uomini. E’ questa la necessaria conseguenza dell’amar Dio in ogni cosa, del veder Dio in ogni cosa. E serviremo Dio fino alla consumazione della vita. E non ci importerà più nulla allora di morir giovani o di morir vecchi, di morir oggi o fra tre secoli, non ci importerà più nulla allora nessun distacco, godremo anzi di vivere, di soffrire, di operare per Dio, tutto per Dio. E il nostro corpo si logorerà, sentiremo i deliqui della nostra debolezza, sentiremo gli schiaffi gelidi della morte, ma non temeremo, avendo noi spesa ogni nostra energia per la sola, per la più grande gloria di Dio. Oh! Allora il nostro corpo sarà come un granello di incenso che si consuma dinanzi all’Eucaristia, l’ odore del suo sacrificio sarà accetto al Gesù dell’amore e alla Madre delle misericordie.

E’ quello che mi ispira il Signore. Pregate perché io e voi, perché tutti i missionari di questo mondo siano fatti così.

Il vostro aff.mo nipote missionario

 

P. Alfredo Cremonesi