PADRE

ALFREDO

CREMONESI

 

nato a:

Ripalta Guerina (CR)

Diocesi di Crema

16 maggio 1902

 

morto a:

Donoku (Birmania)

07 febbraio 1953

Lettera alla zia suora

Seminario di Crema, 17 – 05 – 1922

Seminario di Crema, 17-5-1922

 

Carissima zia,

Ho finito ora di leggere per la seconda volta la vita della ven. Suor Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, e ne sono entusiasmato, quasi direi, se non fosse profana la parola, innamorato. Che gran santa! Che gran santa! E che scrittrice di polso! Sono pigmei gli altri a suo paragone, scompaiono anche i vescovi, i Cardinali dinnanzi alla sua potenza di scrittrice. Certo fu guidata da Dio, e questo lo si constata visibilmente - sensibilmente lo si prova in noi stessi. Non posso dire tutto quello che ho sentito e che tuttora sento, perché le parole umane sono inette ad esprimere le cose di Dio.

E questa introduzione non è oziosa, ma ha il suo fine. Fu attraverso alla lettura di questa vita che ho sentito sensibilmente più forte in me la voce che mi spingeva per una via più bella e più aspra di apostolato e di sacrificio, che ho visto la verità dei miei grandiosi ideali, che credevo fisime di giovinetto superbo, che ho in una parola intuito che la voce che da tempo risuonava al mio cuore, non era puro effetto di esaltazione poetica giovanile, ma era voce di Dio. Non so se mai vi abbia detto qualche volta questi miei ideali, ma ora ve li dico per farvi meglio capire quello che oggi voglio svelarvi. Il sogno più forte, più sincero di questa mia giovinezza di studi, è di diventare presto sacerdote veramente santo, apostolo non solo di un piccolo numero di anime, ma apostolo d’Italia, del mondo intero. Io piango ora e fremo vedendo quanto è offeso il Signore nel mondo, quanto fango insozza la gioventù specialmente e la società dei nostri giorni, quanta empietà dilaga e sconvolge la vita civile. E vorrei essere già prete, aver mille bocche per predicare giorno e notte, a questa truppa di cattivi, la parola misericordiosa di Dio, per gridare agli empi superbi i fulmini della divina giustizia. Vorrei avere mille mani per mettere in piedi tanti giornali sui quali gridare la novella buona che rigenera e risana, coi quali combattere la marea di sangue e di fango che spinge il mondo a rovina. Vorrei infine morire martire della  santa idea, con un sacrificio lungo e tormentoso, come una preghiera a Dio, come una vittima d’amore per placare la divina giustizia.

Ma questo non è tutto. Mi fanno una immensa compassione quei poveri infedeli dell’Asia, dell’Africa o dell’Oceania, che non hanno un altare ed un focolare, che vivono miseramente, soggiogati al giogo tirannico di Satana. Ed allora non mi basta l’Italia, penso che l’ Italia ha già molte braccia che la possono salvare, mentre laggiù la messe è molta ma gli operai sono pochi.

Ed ecco che il sogno della mia infanzia, la chimera che alimentai durante tutta la malattia lunga e straziante, il sogno radioso di tutto questo anno di recuperata salute e di esuberante giovinezza, risorge potente a questo pensiero, mi fa ribollire il sangue nelle vene, mi fa tumultuare gli affetti nel cuore. Io voglio essere missionario. L’ ho detto al mio direttore, il quale, nella sua prudenza, mi disse di ringraziare il Signore di questi buoni sentimenti, ma di mantenermi negativo per ora, cioè di non far nulla di positivo che potrebbe compromettermi per l’avvenire. Ed in questo ha ragione. Ma ciò di niente ha sbollito i miei entusiasmi, anzi li ha aumentati, ed ora più che mai li sento ardenti nel cuore. Meglio essere missionario, correre per le lande inospiti e crudeli ad annunziare la buona novella, instancabilmente giorno e notte, a tutti e dappertutto, con la parola e con l’esempio, con la penna e soprattutto con la preghiera, e poi suggellare il mio apostolato con il martirio, fecondare con il sangue con il mio sangue i germi che avrò gettato in quei solchi aridi ed incolti. Sono troppo presuntuoso? Sarà, ma io sono convinto che questi sentimenti me li ispira Iddio.

Ma ora però non dovete prendere la cosa come fatta. Nessuno, all’infuori del mio direttore sa di questi miei desideri; anzi, questa lettera stessa esce dal Seminario per mani che non sono quelle del Rettore, perché si tratta quasi di sigillo sacramentale, in cui anche il Rettore non può nulla; quindi vi pregherei, quando mi scriverete, di accennare così genericamente a questo, senza specificare nulla, caso mai capitasse in mano a qualcuno. Perché, come ho detto, è una confidenza che faccio a voi ed al Rev. Don Tamburini, per avere una preghiera speciale per questo proprio. E quindi vi prego a far leggere questa lettera in tutta libertà a Don Tamburini, perché lui non può in nulla compromettermi, anzi su lui spero molto, perché le sue preghiere sono accette al Signore. Per ora, dunque, non ci resta  che pregare, intensamente pregare a questo scopo, perché si faccia in me quello che vuole il Signore. Se il Signore vorrà che io faccia il missionario in Italia e nella diocesi di Crema, allora cercherò di utilizzare qui i miei desideri di apostolato, di sacrificio, di preghiera, ed anche di martire che non sarà meno doloroso, se sarà incruento, più lungo e soprattutto nascosto agli sguardi profani. Se il Signore invece vorrà proprio rafforzare questo desiderio di essere missionario, allora renderemo grazie a Lui che, nella sua bontà, si serve di istrumenti inetti per le sue opere grandi, e cercheremo laggiù di non venir meno ai nostri propositi e ai nostri desideri.

Intanto io con questa lettera ho solo inteso occupare le vostre preghiere e quelle del santo prete Tamburini ( che mi riverirete) per questo scopo di illuminarmi a scegliere quello che vuole da me il Signore; e poi io ho la presunzione di impegnare voi e Don Tamburini come miei aiuti con la preghiera in quel qualunque apostolato che il Signore mi affiderà.

Confidando di essere stato capito e sicuro di aver ora l’appoggio vostro e di Don Tamburini, mi dico

 

                                                    Vostro affezionatissimo nipote

                                                   Alfredo