Lettera al Superiore

del Seminario Lombardo

Seminario di Crema, 12 – 06 – 1922

PADRE

ALFREDO

CREMONESI

 

nato a:

Ripalta Guerina (CR)

Diocesi di Crema

16 maggio 1902

 

morto a:

Donoku (Birmania)

07 febbraio 1953

Seminario di Crema, 12 giugno 1922

 

Reverendissimo Padre,

 

Io sono un chierico del Seminario di Crema, del II° corso teologico, ho vent’anni, la tonsura in testa e nel cuore una brama ardentissima di diventare presto, subito, un Apostolo d’oltre mare. Ma prima di parlarne con i miei superiori disciplinari e ai miei genitori, ho bisogno di sciogliere una pregiudiziale, che potrebbe, non da parte mia, ché io nulla temo, ma da parte della Paternità Vostra, lanciare qualche cirro  noioso sul fulgentissimo sole del mio ideale, e provocare al mio ardore qualche fastidioso ed inutile indugio.

Senta, dunque, la mia storia, cioè la storia della mia vocazione missionaria. Sarà un po’ lunga: è necessario, e Lei mi vorrà benevolmente seguire fino alla fine; sembrerà esagerato, ma non sarà vero, perché cercherò di essere freddamente oggettivo.

E’ da dieci anni che il Signore lavora l’anima mia per renderla degna di sé, all’alta missione; perché fin dal primo anno di Seminario, io mi sono sentito chiamato alle missioni. E da allora non  cessai di accrescere questa mia inclinazione cogli abbonamenti a periodici missionari di codesto Istituto, col leggere tutti i nuovi libri che venivano ad accrescere il patrimonio della letteratura missionaria, formandomi così, oltre ad una discreta biblioteca, anche una buona cultura missionaria. E soprattutto parlai, scrissi di missioni, poetai di missioni, coma sapevo fare allora. E c’era tutto il mio cuore là dentro, perché quello era il grande ideale che allora mi agitava potentemente; e questo cuore si espandeva anche nell’opera, promovendo, con sacrifici allora grandi, pesche e piccoli trattenimenti missionari. Ma allora ero ancora troppo pieno di pregiudizi per pensare alla partenza, e consideravo i missionari come miei fratelli senza aver il coraggio di seguirli; consideravo quei luoghi lontani come mio campo di fatica, senza pensare ad andarci. E poi questi ardori missionari sembravano completamente naufragare nella malattia di scrofola che per quattro anni mi tormentò. Ma invece, nello spasimo della carne, l’anima mia trovò la sua gioia, e nella morte del sangue lo spirito ridivenne giovane e forte, e i miei ideali missionari si fecero più belli, liberati da molti pregiudizi. E fu in questo lento dissolvimento del mio essere, del mio povero frale, che il cuore sentì tutta l’attrattiva dell’apostolato e soprattutto del sacrificio, e sentì che un giorno sarebbe divenuto missionario, e un giorno anche martire. Ma io per allora cacciavo questi sentimenti come tentazioni di presunzione e non pensavo proprio che la mia carne grama avrebbe potuto ridiventare sana e florida, e compiere la sua missione nel turbinio della vita. Ma più li cacciavo, più questi sentimenti ritornavano potenti, anche sotto diverse forme; e così mi figuravo di diventare apostolo della penna e della parola, la mia grande passione: scrivere libri e articoli, cantare tutti i più grandi ideali, gridare e predicare a tutti la Buona Novella. E fu allora che desiderai di guarire. Abbandonato dagli uomini, ricorsi a Dio, per l’intercessione della carissima ven. Suor Teresa del Bambin Gesù; ed ella fece cadere anche su di me lentamente, anche attraverso l’insufficienza dei mezzi umani, la sua pioggia di rose. Così mi trovai guarito senza saperlo, e senza nemmeno averne più speranza. E la prova che non fu tutta terrena la mia guarigione, è che da un anno io non sento il benché minimo disturbo, quantunque questa malattia lasci di solito dei fastidiosi residui. E fu appunto in quest’anno di benessere che si maturò la mia vocazione missionaria.

C’era ancora un ultimo pregiudizio, il più grave: ed era quello più sopra accennato. La mia più grande passione è quella di poetare, di scrivere, di predicare: è la passione della parola in tutta la sua estensione. Ed ho scritto e poetato molto già, anche dei libri, anche di missioni. Ora temevo che facendomi missionario, dovessi rinunziare a questa mia inclinazione, e mi riusciva ostico. Ma ora anche questo ultimo baluardo di Satana e del mio egoistico “io” è caduto; ora so che io devo esplicare questa mia passione tutta e compiutamente nel campo delle missioni; ora sono  capace di rinunciare anche a questa mia irruente passione per il mio grande ideale, per contemplare finalmente in tutto il suo splendore ilo sole che già mi brilla dinanzi.

Io mi riconosco forestiero nella mia diocesi, solo laggiù io trovo l’oggetto dei miei desideri. Però  io sono  pronto ad ubbidire in tutto alla P.V. , anche se mi vuole tenere in Italia, perché ormai sono sulla via della rinuncia; ed il Signore mi dà una forza ed una gioia veramente grande. Sarà superbia, sarà presunzione, ma io mi riconosco straniero in diocesi; ma a me l’apostolato ristretto ad un paese mi sembra egoista; ma io desidero un apostolato pieno di sangue e di sacrifici, colmo di fiele e di delusione, senza l’egoistica soddisfazione personale. E laggiù è il mio campo: anche l’Italia potrà essere, se Lei lo vorrà, il mio campo, ma per sacrificarmi meglio ancora, per indurre l’Italia intera ad andare laggiù.

Come vede sono pronto a tutto, e soprattutto non ho fretta. Sono avanti negli studi, ma sono giovane ancora; e poi mi sta dinanzi ancora il servizio militare. Quando l’anno scorso sono andato alla visita ero quasi guarito e mi hanno fatto “rivedibile”; quest’anno sicuramente mi prendono. Ed io voglio schivare il soldato; ed urge quindi far presto. E la mia pregiudiziale, quella che da parte della P.V. potrebbe gettare qualche cirro nel mio sole, è appunto la salute. Io non temo ormai più nulla, il medico non trova più nulla in me di gramo e da parte mia mi sembrerebbe di fare un torto alla piccola grande santa, la ven. Suor Teresa del Bambin Gesù, col dubitare d’una possibile ricaduta. E del resto, dopo un anno di prova, dopo una primavera di vera quiete, a me, esperimentato in questa, dà completo affidamento di vera e stabile guarigione. Ad ogni modo io aspetto il più presto possibile la risposta della P.V., pregando intanto fervidamente il Signore che sia una risposta affermativa. Il modo di rispondere e l’indirizzo lo indicherà qui appresso il mio veneratissimo Padre Spirituale, per le mani del quale passa questa lettera, perché io non voglio pre-occupare il campo presso i miei superiori disciplinari, il che mi potrebbe essere fatale. La prego, Veneratissimo Padre, che non voglia nuvole sul mio sole fulgente, che non voglia opporre dei fastidiosi ed inutili indugi al mio ardore, tanto più che si tratta di schivare il servizio militare. Del resto io riconosco in me evidente la mano di Dio, “et si Deus pro nobis, quis contra nos?” Nemmeno la malattia potrà certamente nulla.

BaciandoLe la mano, godo dirmi

 

Della Paternità Vostra devotissimo chierico

Cremonesi Alfredo

 

P.S. Quando avrò ricevuto la risposta della P.V. potrò venire costì di persona per produrre tutti quei documenti, anche medici, che ella esigerà da me; ed allora vedrà che la mia faccia olivastra, come quella di un Australiano, avrà tutte le sfumature d’una salute florida; vedrà attraverso alla mia corporatura grossa, tutto un cumulo di benessere e di forza. Ma prima d’una sua risposta rassicurante, mi sarà impossibile venire costì, non avendo nessuna occasione di venirci per altri affari, perché darei troppo nell’occhio. Le pare?

 

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Rev. mo Padre,

aggiungo una sola mia parola per accertare la S.V. Rev.ma che la lettera è la vera fotografia del bell’animo. Raccomando che la risposta sia spedita al solo mio indirizzo.

Con profondo rispetto ed ossequio di V.P. Rev.ma

dev.mo servo

Sac. Don Giovanni Moruzzi

Direttore Spirituale del Seminario di Crema