Lettera a Padre Barbieri

Toungoo, 20 – 02 – 1946

PADRE

ALFREDO

CREMONESI

 

nato a:

Ripalta Guerina (CR)

Diocesi di Crema

16 maggio 1902

 

morto a:

Donoku (Birmania)

07 febbraio 1953

Toungoo, 20 – 2 – 1946

 

Carissimo don Barbieri,

 

finalmente ti posso scrivere. L’ ho desiderato da tanto tempo, ed è ormai sei anni che sono forzato al silenzio. La guerra è stata terribilmente lunga e la prova per noi è stata oltre ogni dire difficile. Qui noi fummo per quattr’anni in mezzo alla guerra; ed una guerra coloniale devastatrice e crudele più di ogni altra guerra, perché in colonia nessuno ha interesse a combattere e tutti trovano gusto a distruggere e a rubare. Già avrai saputo da Monsignore la distruzione di tutta la nostra missione a Toungoo, dove è rimasto solo un poco del tuo S. Antonio, che servì di rifugio alle suore per quasi tre anni durante l’occupazione giapponese. Strano destino! Noi dovremmo dire: grande e delicata Provvidenza di Dio! Tanto il tuo S. Antonio come il mio Donoku furono, tra tutte, le residenze che vennero su nel modo più stentato, fabbricate con il sangue delle anime nostre, in mezzo a difficoltà e contraddizioni da parte di amici e di nemici, a spinte, mattone per mattone, contati come se fossero pezzi di oro, sempre nell’incertezza se fosse una cosa utile oppure un lavoro non affatto necessario, iniziando con casette cadenti adattate alla meno peggio, fino a che un colpo di fortuna diede a te di poter fabbricarti una bella chiesa ed un bel convento, ed a me la medesima fortuna.

Ed ora, queste nostre due residenze, furono immensamente provvidenziali durante tutta la guerra e tutto il  tempo dell’invasione dei giapponesi. Le suore, con i loro orfanotrofi ed anche i tuoi orfani, trovarono asilo a Donoku per tanti anni; e fu un vero asilo di pace, ché i giapponesi vi fecero solo una rapida apparizione nei giorni della loro fuga, e fecero pochissimi danni, e pi convennero più molestati. Il tuo S. Antonio, avendo servito da ospedale ai Cinesi ai tempi dell’invasione giapponese, venne risparmiato, e così servì alle suore per quasi tre anni, cioè fino alla ripresa dell’offensiva americana – inglese, quando gli aeroplani americani cacciarono le suore anche di là e si rifugiarono a Donoku. Ma credo che qualche cosa sia rimasto ancora del tuo S. Antonio, come a miracol mostrare, in mezzo alla distruzione assoluta e completa di tutta la nostra cara Toungoo.

In tutto il tempo dell’invasione giapponese, io rimasi tra i Cariani Rossi dei monti, nelle vicinanze di Loikaw. Fui, dunque, per tutto il tempo vicino al fronte, essendo a tre miglia soltanto dalla strada motorabile, l’ultima rimasta ai giapponesi per la loro fuga serrata e per la loro estrema, disperata difesa. Su questa strada, negli ultimi sei mesi della guerra, passarono almeno 225 mila giapponesi, in fuga versi il Siam. Fu una cosa mai vista nella storia. Passavano di notte, in file serrate di almeno cinquemila per notte, a piedi o con tutti i mezzi possibili di trasporto, automobili, camions, motociclette, biciclette, carri da buoi, elefanti, cavalli, muli. Una cosa da meravigliare come non cadesse la terra sotto un tal numero ed una tal confusione. Confluivano qui da tutte le parti della Birmania, da dove erano cacciati dalle vittoriose truppe anglo – americane. Da Pyinmana, da Thazi, dal Pegu Yoma, da Kalaw, da Taunggy. Ti puoi dunque immaginare come noi, che eravamo a sole tre miglia dalla strada, fummo tartassati. Non si poteva scappare, perché questi son luoghi dove di foresta ce n’è poca, ed io mi ero fisso nel programma di rimanere con la gente fino a che fosse possibile, per essere di aiuto e di conforto; e così guadagnarmi gli animi di questi pagani. Arrischiai  così la vita quasi ogni giorno, ma intanto questa povera gente ebbe campo di trovarsi dei rifugi. Potei  evitare l’incendio di tutti i villaggi vicino a me; con la mia presenza riuscii a tenere in soggezione quelle bande di giapponesi affamati, così che ai nostri villaggi, un po’ per vergogna e un po’ per rispetto, vennero meno di frequente. E non avemmo a deplorare nessun ammazzato, mentre molti, negli altri villaggi, furono massacrati dai giapponesi, per il solo gusto che questi barbari avevano di uccidere.

Ma fummo derubati di tutto. Non ci avanzò più nemmeno una gallina, nemmeno un maiale, pochissimi buoi e bufali. Tutto il riso ci venne portato via. Io poi fui preso, l’ultimo mese di guerra, da un ufficiale tedesco naturalizzato in Giappone, crudele come tutti i tedeschi, il quale comandava le ultime squadre di giapponesi che, secondo tutte le apparenze, dovevano essere composte di ladri e assassini liberati dal carcere e lasciati per l’ultimo macello. Venni legato per una notte e un giorno al loro campo, e poi, non so ancora per quale miracolo, liberato. Allora dovetti scappare anch’io nel bosco. Ma ti assicuro che la vita di bosco, durante le piogge non è affatto piacevole. Ma poi venni derubato di tutto. Non mi rimasero che i vestiti che avevo addosso. I miei cristiani raggranellarono qualche piatto, un cucchiaio, un po’ di riso, mi diedero un po’ delle loro coperte e così potei arrivare fino alla fine della guerra.

Le sofferenze di sei mesi di guerra a questa maniera, aggiunte alle privazioni dei quattro anni d’invasione dei giapponesi, finirono per sfinirmi. Pensa che durante quattro anni non ebbi mai una goccia di olio per condimento, non si vide mai pane e nessun’altra di quelle cosette che servono a tener su le forze: mancammo per anni di zucchero, ci venne a mancare perfino il sale,dovemmo usare di ogni cosa per vestito e zoccoli per scarpe. Tutti i mercati furono devastati e vuoti, più nessuna idea di botteghe, tutti i mezzi di comunicazione in mano ai giapponesi per la loro guerra, le strade battute e distrutte continuamente dai potenti aeroplani inglesi; non era possibile alcun scambio, nemmeno tra regione e regione. E mentre certe cose qui da noi  si avevano a mucchi, in altri luoghi mancavano affatto. Qui si avevano peperoni a mucchi e si mancava di sale, e al basso avevano sale a mucchi e non avevano peperoni.

Abbiamo dunque sofferto tutti; nessuna meraviglia se adesso io mi trovo stanco e sfinito di una  stanchezza invincibile. Ma sono vivo. E’ una grande notizia, dopo aver affrontato la morte quasi ogni giorno. Il Signore mi ha visibilmente protetto. E non solo sono vivo, ma sono attualmente in un villaggio che in questi anni mi ha servito come di seconda residenza, dopo quella di Moshò. E’ un villaggio in mezzo ai Cariani Rossi, una tribù che mi sta particolarmente a cuore. Gente sana, forte, laboriosa, intraprendente, abitano una regione che è un presepio perenne. Se costoro si convertono, fanno sul serio. Non ti meraviglierai, quindi, se ti dico che ho preferito star qui nei tempi in cui non avevo lavoro a Moshò. Sono un missionario e penso che se si vuole attirare i pagani, bisogna starci in mezzo più che è possibile. Non fu facile restar qui da solo, in tempi tanto difficili, in mezzo a pagani ostinati. Mi vollero bene, mi fabbricarono una casa di bambù, senza nemmeno un chiodo, per la semplice ragione che di chiodi non se ne trovava neanche a piangere; mi fabbricarono la scuola, pure di bambù; mi fabbricarono una cappellina tutta di legno, quanto mai graziosa e, per il resto, dovetti ricorrere a tutti gli espedienti. Piatti, scodelle, pignatte di terracotta, cucchiai fatti conn le ali degli aeroplani caduti qui nelle vicinanze, legno di pino per lampada, e tutti gli altri arnesi di bambù o di legno. La cucina è in mano a due ragazzetti che accendono il fuoco sotto la pignatta e poi corono a giocare. Del resto, hanno poco da cuocere. Un po’ di riso ed erbe per curry. Adesso poi, con la devastazione operata dai giapponesi, non si vede più carne, e le uova sono tanto rare da sembrare miracoli. Abbiamo incominciato una grande quaresima che durerà fino a che sarà possibile riottenere una buona scorta di animali da cortile. E qui di salti non se ne può fare. Non ci sono macchine per questo. Ci vogliono i mesi egli anni giusti, come Dio li ha stabiliti.

Non mi azzardo ancora a chiamarla una residenza, perché ci sono ancora troppe questioni da sciogliere: e prima di tutto bisognerà vedere se questa gente corrisponderà.

Adesso abbiamo aperto la scuola e sembra che vada bene. In questi quattro anni passati tentai di aprirla tre volte e fallì sempre, ma era una cosa troppo naturale, perché con la guerra addosso e la mancanza di tutto, la gente aveva poca voglia di pensare a far diventare intelligenti i loro figlioli. Adesso che le cose, con il ritorno degli inglesi, vanno mettendosi a posto, sembra che prendano le cose sul serio. I villaggi vicini poi, che furono salvati da me,  mi dimostrano riconoscenza , e sono umanamente sicuro che verranno a noi presto: ma adesso  sono tutti affamati, sono sempre in cerca di roba e di riso, e hanno poco tempo e voglia di pensare ad altro. Ma con il nuovo raccolto, anche le menti si calmeranno un poco e potremo combinare qualche cosa.

Dunque vedi che abbiamo sofferto, ma abbiamo anche lavorato, e lavorato da soli, senza l’aiuto di nessuno, vivendo di Provvidenza giorno dopo giorno.

Adesso sarebbe il tempo di andare in giro tra questa gente per farla decidere al passo. Ma i giapponesi mi hanno portato via anche la tenda, e girare adesso senza la tenda è ancora più brutto di prima. Son tutti villaggi mezzo distrutti,non hanno più stuoie né utensili e non hanno d mangiare. Diventa quindi un’impresa andar su per le case della gente. E poi non ci sono ancora medicine. In questo tempo ho imparato a fabbricare medicine tutte con roba locale, e certo per la benedizione del Signore, si mostrano efficaci molto. Ma son medicine che non è possibile mettere in un cesto e portarle in giro.

Tu vorrai anche sapere che ne è del lavoro che mi hai affidato quando partisti, cioè dell’intronizzazione del Sacro Cuore nelle famiglie e dell’adorazione notturna nelle case. Prima dell’invasione giapponese le cose si erano messe molto bene. Ero perfino riuscito a mettermi in contatto personale con visite,con i promotori più zelanti di Mandalay e Maymyo. Ma poi, durante l’invasione, tutta questa gente fuggì in India, e da allora non ho saputo più nulla. Non potendo far altro, mi sono sfogato io a far più ore di adorazione notturna che mi fu possibile, quasi tutte le notti, ed a propagare tra i Cariani che capiscono meglio l’Intronizzazione. Ho tale una smania di far molto per queste opere, che a volte mi fa piangere. Perché il Sacro Cuore mi dà di questi immensi desideri divoranti e poi mi mette nell’impossibilità di soddisfarli? Sono una gran pena tali desideri, quando non possono avere uno sfogo. Ma sento che deve venire il tempo in cui il Signore mi aprirà un  gran varco in cui possa passare tutto questo fuoco. Sia pure in Paradiso.

Mi pare di avere ancora moltissime cose da dirti, e mi rincresce proprio chiudere, perché parlare con te è sempre un gran piacere. Ma sarà per un’altra volta.

Stammi bene e riveriscimi tanto il P. Pastore e, se credi, fagli leggere questa mia. Interesserà anche lui. E quando mi scrivi, vedi se puoi dirmi qualche cosa della suora Corvino di Aversa e se puoi farle avere mie notizie.

Memento ad invicem.

 

Tuo affezionatissimo

 

A. Cremonesi